Almamegretta, 25 anni dopo il ritorno di «Sanacore»

Venerdì 28 Agosto 2020 di Federico Vacalebre
Almamegretta

C’era la data, non certo di scadenza, sul titolo di quel disco. E ce n’è una nuova adesso, 25 anni dopo. «Sanacore 1995» diventa «Sanacore 2020», uscirà il 23 ottobre, in formato digitale, cd e vinile, rimasterizzato a (ri)liberare il sound di un album che fu una svolta non solo per gli Almamegretta, ma per tutta la nuova scena italiana che fu trascinata nella giusta direzione per un paio di anni, con le multinazionali così impegnate a mettere sotto contratto quella new wave da non sapere poi come portarla al grande pubblico, come fare i conti con la radicalità di progetti poco propensi alla mainstreamizzazione. 

Che il collettivo newpolitano fosse «the next big thing» era ormai chiaro a molti. Nel 1993 il primo ep, «Figli di Annibale» e il primo album «Anima migrante» avevano messo in prima linea i suoni e i testi della band, cara al circuito dei centri sociali e schierata contro il vento neorazzista e neoxenofobo che iniziava a soffiare dal Nord leghista. In più il produttore Ben Young aveva fatto ascoltare il gruppo ai Massive Attack, signori indiscussi del trip hop, che chiamarono Raiz, carnalissima voce della formazione partenopea, a corte per un lavoro epocale come «Karmakoma», segnato a fuoco da «Napoli trip».

Nel 1994 Raiz, che allora si chiamava ancora Raiss, o forse era già diventato Reeno, chissà, il batterista Gennaro «T» Tesone, il tastierista Paolo «Pablo» Polcari, il chitarrista Giovanni Mantice e il giramanopole e new entry D. RaD avevano affittato una casa a Procida e si erano chiusi alla ricerca del suono giusto. Erano entrati con idee ritmiche, linee di canto, testi abbozzati. Ne erano usciti con un disco finito, mancava solo la voce e il missaggio. Quello fu affidato a una leggenda del dub come Adrian Sherwood (con l’aiuto di Andy Montgomery) e appena si sparse la notizia si capì che il nuovo corso degli Alma sarebbe stato persino più reggae del precedente. Tendenza che l’ascolto confermò, anche se più che al toasting adottato agli esordi ora si guardava ai Black Uhuru o ad Augustus Pablo grazie a un’ugola carnale che sapeva di mare di tufo, trovava derive melodiche innovative. Agli americani di Napoli succedevano i giamaicani di Napoli, fieri delle loro tradizioni senza brandirle come un ricatto identitario (si pensi a «’O sciore cchiù felice», che è quello «senza radice»), pronti a metterle in gioco, anzi sarebbe da dire in ballo, lì dove la musica è l’arte dell’incontro. Marcello Colasurdo spuntava in «Ammore nemico», Daniele Sepe suonava il flauto, Michele Signore della Nccp la lira pontiaca, in «Sanacore», tammurriata tradizionale che dà il titolo al disco, giganteggiava Giulietta Sacco, nostra signora dei mandolini, l’Amalia Rodrigues di cantaNapoli.

La città era un ribollire. c’era Bassolino sindaco, il centro storico era un’esplosione di suoni e locali mentre il «Maggio dei monumenti» mostrava uno sviluppo diverso possibile e i 99 Posse erano l’altra promessa sonora che stava diventando realtà, grazie anche alla fusione con i Bisca. È il suono del rinascimento napoletano, si disse, anche se poi non rinascemmo poi così tanto e così bene, ma musicalmente sì, eccome, anche Pino Daniele se ne accorse.

Nell’edizione 2020 non mancano due chicche, «Tamms dub» e «Heartical dub», ritrovati nell’archivio del gruppo, che intanto ha perso per strada D. Rad, nel 2004: «Riaprendo le registrazioni abbiamo trovato due inediti: un dub prodotto da D.RaD. e uno strumentale mixato da Sherwood», ricorda Raiz. «Era un momento di straordinaria creatività, e non penso solo a noi, con quel disco vincemmo la Targa Tenco come miglior album in dialetto, ma stavamo usando una lingua, la nostra, non a caso in “Pe’ dint’’e ‘e viche addo’ nun trase ‘ o mare” avevamo voluto collaborare con Salvatore Palomba, il poeta di “Carmela”, il partner compositivo di Sergio Bruni, ‘a voce ‘e Napule. Eravamo innovatori e conservatori, radici e ali, casa nostra e resto del mondo. Nel booklet del disco ci saranno anche i testi e delle foto di quel periodo a Procida: formidabili quei giorni».

«Sanacore» era un disco-orologio del tempo, teneva insieme la musica popolare verace e il verbo di Kingston, rallentava il tempo come pretende il dub, malediceva i negrieri di Villa Literno, i massacri in Ruanda o nell’ex Jugoslavia, dava una nuova giovinezza alla canzone napoletana classica: «Nun te scurda’», 25 anni dopo, rifulge come un classico moderno, voce di dentro di un maschilismo maledetto che John Turturro ha voluto non a caso al centro dell’affresco di «Passione». 

Ultimo aggiornamento: 15:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA