Baustelle: «L'amore e il sesso
ma senza troppe banalità»

Martedì 20 Marzo 2018 di Federico Vacalebre
Baustelle

Non c’è assenza di fantasia o di creatività dietro «L’amore e la violenza vol. 2», anzi. «La verità è che abbiamo fatto due cose in una, mentre ce ne andavamo in giro con le canzoni di “L’amore e la violenza” ce ne siamo messi a scrivere altre. Quando ti siedi davanti a un pianoforte pensando ad una canzone è come se su una tavolozza avessi molti più colori a tua disposizione, rispetto a quando componi con una chitarra, magari in una camera d’albergo prima di un concerto. Se in quel primo disco, uscito poco più di un anno fa, primeggiava la violenza, la guerra, qui trionfa l’amore, proprio nel senso di quello celebrato dalla presunta musica leggera, che a me oggi sembra pesantissima e noiosa più che mai, tanto da averci sfidato a scrivere canzoni d’amore diverse, degne, dignitose», spiega Francesco Bianconi, paroliere e frontman della band che divide con Rachele Bastreghi e Claudio Brasini: «Ci sono stati i cantautori in Italia a cantare l’amore, c’è stato De André».
E il «vol.2» è persino migliore, del già buon «vol. 1», nonostante quel sottotitolo quasi liquidatorio, «Dodici pezzi facili», tra citazioni da pianisti classici e da cinefili. Si concede incipit e code progressive in un calderone sonico che tiene insieme l’amore che viene e l’amore che va, gli Osanna e Federico Fiumani, «Jesse James e Billy Kid», Patty Pravo e i Blur, Grace Slick e «Il minotauro di Borges»: proprio così i Baustelle mettono in canzonetta «L’Aleph» e nei testi usano parole come «sperma» o «Casa Pound» piuttosto che fare i trottolini amorosi. Perché è del primo che si parla quando parliamo d’amore, è della seconda che potremmo parlare quando parliamo di violenza? «Anche, ma soprattutto perché chi lo dice che dobbiamo usare un lessico ridotto all’osso per dire di quel che ci fa muovere il cuore e il sesso?».
Inevitabilmente, lasciato perdere l’apostrofo rosa tra le parole «ti amo», qui l’amore perde e si perde più spesso di quanto salvi, e quando lo si perde... «Una cosa è se si chiude una storia a vent’anni: ti disperi e poi hai davanti a te una vita, chissà quante donne, uomini, possibilità. Un’altra se ti succede a 45 anni: hai voglia a ricominciare a uscire con le donne, a sentirti libero di fare tutto, a sognare orge e chissà cos’altro.... C’è sempre una guerra dentro un grande amore, c’è sempre violenza dentro un piccolo amore, e se capita che, una volta finita una passione, restino mille rancori, capita anche di poterci mettere una pietra sopra, di capire cos’è successo, di ritrovare la pace, non dei sensi».
I dodici pezzi facili dei Baustelle non si complicano la vita inutilmente, i ritornelli killer ripartono dagli anni Settanta, che canti Francesco o Rachele («A proposito di lei», «Tazebao» con il suo senso di degenerazione totale») non fa differenza. Ma la sfida è sfida, così arriva un titolo come «L’amore è negativo», quasi la negazione stessa di un disco di canzoni d’amore, «ispirato a “Eros in agonia”, un libro del filosofo sudcoreano Byung-Chul Han per cui il culto del corpo è il contrario di un corpo liberato, il mito della bellezza a ogni costo il contrario della passione, che prevede l’annullamento dell’ego in funzione della fusione totale dell’altro».
L’amore che viene e quello che va, il disamore, il disamoramento, il difficile percorso di riabilitazione alla possibilità di un nuovo amore, il sesso fatto senza amore, per amore, con amore. Di questo parliamo quando parliamo d’amore, di questo cantano i Baustelle quando cantano l’amore, e la violenza, e di «Perdere Giovanna» e della notte di carne di «Baby» e di «rivoli di sperma sulla schiena». I synth sopraffanno le chitarre, la melanconia è attiva e anti-onanista, «Veronica n.2» è il singolo che dovrebbe cancellare dalle radio le troppe canzonette indie-pop vuoto a perdere dilaganti, l’inizio strumentale di «Violenza» servirà per sonorizzare chissà quante immagini prossime venture.
Love songs, insomma, che piacerebbero a Harry Nilsson e forse anche ai Beatles, a Battiato come a Serge Gainsbourg, oltre che all’amico fragile già più volte evocato. E che sarà dolce ritrovare in tour, stavolta nei club: si inizia il 7 aprile da Senigallia, tappa a Napoli il 20 alla Casa della Musica.
 

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