Bob Dylan & Johnny Cash, il Novecento americano

Sabato 2 Novembre 2019 di Federico Vacalebre
Bob Dylan con Johnny Cash

Allora, breve riassunto dylaniano dylaniato, per capire dove inizia l'avventura di questo «Travelin thru', 1967-1969», quindicesimo (triplo) volume delle «Bootleg serie». Siamo, appunto, nel 1967: sopravvissuto a un incidente motociclistico dai contorni misteriosi, nascostosi al mondo per regalargli la meraviglia dei «Basement tapes» incisi con The Hawk, prima incarnazione di The Band, Sua Bobbità non è più l'uomo che ha sconvolto il rock con la suprema triade formata da «Bringing it all back home», «Highway 61 revisited» e «Blonde on blonde» e sta guardando indietro. Dopo aver riscritto/reinventato il canzoniere americano folk guarda al country, fa rotta verso Nashville, scrive canzoni ispirate dalla Bibbia, altro che rivolta che esplodeva tra le dita, altro che «movimento». Vengono fuori «John Wesley Harding» ('67), il suono tradizionale di «Nashville skylyne» ('69) e il controverso «Self portrait» ('70»), che «Rolling Stone» recensì con un incipit passato alla storia del giornalismo musicale: «Che cos'è questa merda?». Non siamo all'apice della creatività zimmermanniana, ma nel primo lp c'è nientepopòdimeno che «All along the watchtower», che consegna il «Libro di Isaia» alle future corde in fiamme della chitarra di Jimi Hendrix. Nel secondo, a segnare un rinnovato interesse per il country che contagerà gli Stati Uniti, c'è la scelta di aprire le danze con una versione di «Girl from North Country» in duetto con Johnny Cash, autore anche delle note di copertina del disco. Nel terzo siamo davvero dalle parti di una ispirazione stiracchiata, o peggio, latitante.

In questo magma di ritorno al futuro, in questa nostalgia canaglia per un universo che aveva contribuito a oscurare, Dylan dice addio al suo primo mito personale, Woody Guthrie, che muore il 3 ottobre 1967, e quasi a bilanciare la perdita di un punto di riferimento, pur già parzialmente rinnegato, sceglie in Cash il suo nuovo mentore. The Man in Black era suo amico e compagno di casa discografica, nelle session di «Nashville skyline» i due avevano provato ben più di quell'unico pezzo consegnato al vinile d'epoca. Ed eccoli, gli altri duetti tra l'uomo che aveva messo l'arte nel jukebox e l'uomo che camminava in un cerchio di fuoco: il primo ha 28 anni e ha rinunciato ad essere il guru dei tempi che stavano cambiando. Il secondo, di nove anni più grandi, è un gigante della cultura americana scambiato per un tradizionalista, uno sciamano bianco che dormirà per tutta la vita con la Bibbia e una pistola sul comodino. In «Travelin thru» i materiali più preziosi vengono dalle registrazioni che li mettono insieme, la band è quella di Johnny, quella con cui nemmeno una settimana dopo registrerà il mitico «Live at San Quentin», che comprende alla chitarra uno dei padri fondatori del rock and roll, Carl Perkins (l'autore di «Blue suede shoes». E Johnny sembra il padrone di casa, ancor di più quando invita l'ex mister Tamburino nel suo show televisivo. Bob si mette in gioco e in discussione, insegue Cash sul suo terreno, rivolta il proprio canzoniere come quello tradizionale che finisce nel mirino della strana coppia. L'intesa è sincera e le registrazioni mostrano il tentativo di trovare la sintonia necessaria, fallimenti compresi. «Careless love» e «That’s all right, mama» convivono con una «I walk the line» in cui le due voci trovano la perfetta fusione: i bassi profondi dell'autore e il canto tenoril-nasale del suo giovane amico. I due provano più volte la stessa canzone, con più soluzioni, si scambiano i versi dei brani, scoprono di aver scritto pezzi molto simili e sentenziano divertiti: «Abbiamo rubato gli accordi alla stessa canzone». Il folk di «Mountain dew» convive con la religiosità antica di «Amen» e una perfetta «Folsom prison blues», «Lay lady lay» e l'inedita «Western road», un omaggio a Jimmie Rodgers con il banjo di Earl Scruggs (al «Johnny Cash show» c'era anche lui, ed è un piacere risentirlo) . «Mistery train» che si fonde con «This train is bound for glory» trovando le rotaie che portano dal re del rock and roll e all'hobo comunista che sulla sua chitarra aveva scritto «This machine kills fascists» è uno spettacolo proprio come le voci di Cash e Dylan che vivono insieme, che raccontano un'America lontana da ogni stereotipo, capace di riflettere sulle sue radici (plurali) e di prendere treni che portano verso il futuro.

A proposito, nel suo ultimo tour, Bobbissimo ha introdotto due nuovi musicisti nella sua band (il batterista Matt Chamberlain e il chitarrista Bob Britt, comunque sue vecchie conoscenze) e ripreso in scaletta brani che non suonava da tempo, come «Lenny Bruce» e «Not dark yet». Il «neverending tour» continua.

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Ultimo aggiornamento: 09:59 © RIPRODUZIONE RISERVATA