Bob Dylan non è un falso profeta e annuncia il nuovo album

Venerdì 8 Maggio 2020 di Federico Vacalebre
Bob Dylan 2020

Stavolta ce la aspettavamo questa «sorpresa», e ci aspettavamo anche che accompagnasse l'annuncio che tanto attendevamo: «False prophet», il nuovo singolo di Bob Dylan appena pubblicato, il terzo in poco tempo dopo «Murder most foul» e «I contain multitudes», spiana la strada al nuovo album, il trentanovesimo, del premio Nobel del rock: «Rough and rowdy ways» uscirà il 19 giugno, a otto anni dall'ultimo lavoro di inediti, «Tempest» e a tre dalle cover di «Triplicate». Il titolo potrebbe essere un riferimento a «My rough and rowdy ways» (1926) di Jimmie Rodgers, da sempre caro al Nostro. Dieci i brani contenuti, nella versione cd la lunga cavalcata di «Murder most foul» sarà contenuta su un secondo dischetto

Blues chitarristico e chitarroso, tra Willie Dixon e Muddy Waters, il brano parte da un concetto caro da sempre a mister Zimmerman: «Non sono un falso profeta, ho solo detto quello che ho detto, sono qui solo per vendicarmi di qualcuno». Tra donne che si chiamano Mary Lou e miss Pearl come in classici del rock and roll, tra citazioni di Roy Orbison e della Bibbia, tra echi zen (la montagna di spade da scalare a piedi nudi) e di Martin Lutero, tra «città di dio» e un «piccolo diavolo», il testo ribadisce quanto detto da sempre dal cantautore, rifiutando di sentirsi profeta, paladino o portavoce di tutto e tutti: «Ti senti come un impostore quando qualcuno pensa che tu sia qualcosa che non sei. Io non sono mai voluto essere un profeta o un salvatore, magari un Elvis, posso facilmente vedere che divento lui. Ma profeta? No», spiegò una volta per tutte negli anni Sessanta. E tutta la sua carriera, dagli anni giovanili di quelle canzoni che sconvolsero il mondo mettendo l'arte nel jukjebox ma che finirono etichettate come «di protesta», è diventata un modo per rinnegare e capovolgere quella falsa sensazione, per diventare il contrario del profeta, anche a costo di concedere le proprie canzoni a spot di biancheria intima o di posare come testimonial del «suo» whisky.

«Un altro giorno che non finisce, un'altra barca pronta a salpare, un altro giorno di rabbia, amarezza e dubbio» canta con voce ferma Sua Bobbità: «Sono il primo tra pari, secondo a nessuno, l'ultimo dei migliori, puoi seppellire il resto... Canto canzoni d'amore, canzoni di vendetta, non te ne fregare di quello che bevo, non te ne fregare di quello che mangio, ho scalato montagne di spade a piedi nudi». E, infine: «Non posso ricordarmi quando sono nato e ho dimenticato quando sono morto», chiude con una fucilata chitarristica ricordando il paradosso esistenziale di «Forever young». Sei minuti scarsi, da studiare come sempre con piglio dylaniano e dylaniato: «Bene, sono nemico del tradimento, nemico del conflitto, nemico della vita sprecata senza senso. Non sono un falso profeta, so solo quello che so, vado dove solo le persone solitarie possono andare. Sono il primo fra i pari, secondo a nessuno, l’ultimo dei migliori. Puoi seppellire il resto, seppelliscili nudi con il loro argento e oro, mettili tre metri sotto terra e prega per le loro anime». L'uomo che contiene moltitudini è tornato, non resta che aspettare il 19 giugno: non sono solo canzonette. 

Ultimo aggiornamento: 19:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA