Calypso Rose: «Io, la pasionaria del suono che viene dai Caraibi»

di Federico Vacalabre

La chiamano «la regina del calypso», ma prima di lei non si pensava nemmeno lontanamente che il calypso potesse essere declinato al femminile. Quel suono, invece, Linda McCartha Monica Sandy-Lewis lo porta nelle vene: a 78 anni, Calypso Rose, come ormai la chiamano tutti, chiude stasera, unica data italiana, l’«Ariano folk festival», portando il suo carnevale in un’Irpinia che si sta preparando allo «Sponz» di Capossela. 

Lei iniziò a scrivere canzoni a 15 anni, ricorda il suo primo brano? E come tutto iniziò?
«Sono nata a Tobago, piccolissima isola rurale vicino a Trinidad, dove vivevo con mio fratello e le mie sorelle. Quando fui adottata da mio zio mi portò a Trinidad, ben più industrializzata e metropolitana, una città insomma. Un giorno al mercato un ladro rubò gli occhiali di una signora, ne fui shockata e scrissi il mio primo calypso, “Glass thief”».

Ritmo e storie quotidiane: sin dall’inizio la sua produzione ha questa attitudine che la porterà a diventare protagonista delle lotte per i diritti civili, delle conquiste femministe. Un po’ come la Aretha Franklin di «Respect».
«Noi “calypsoniani” siamo i reporter della gente, i cantacronache dela realtà. Il calypso fa ballare, ma parla della vita del popolo, di gioie e dolori, e lo fa in rima. Aretha è stata una regina, ha fatto musica che supportava le lotte del suo popolo. Le rendo omaggio nel mio ultimo album, uscito in maggio, “So calypso!”, dove, accanto a miei brani, rileggo successi degli artisti che mi hanno influenzato: lei non poteva mancare, ho portato nel mio mondo “I say a little prayer”, accanto a pezzi di Nat King Cole, Belafonte, i Melodians e Angelique Kidjo». 

Nato dagli schiavi nei campi caraibici di canna da zucchero fondendo il limbo nigeriano con la calinda congolese, il calypso era la colonna sonora delle tende del carnevale, la festa del raccolto. Poi il proprietario di un negozio di musica a Port of Spain ne registrò alcuni e... l’America prima e l’Occidente tutto poi scoprirono Attila the Hun, Lord Invader e Roaring Lion. Le Andrew Sisters incisero «Rhum e Coca Cola», Harry Belafonte conquistò il mondo con «Banana boat song». 
«Mio padre era un pastore battista, per lui il calypso era il diavolo, ma come poteva un’arte che fa felice la gente essere un’arma del diavolo? Non mi ha fermato, nessuno deve fermare i nostri sogni. Fu dura, ero l’unica donna nell’universo maschile e machista dei calypsoniani. Al Carnevale del 1978 vinsi, ma il titolo in palio era quello di Calypso King, lo dovettero cambiare per me in Calypso Monarch, fui la prima donna a interrompere quel primato maschile. “Abatina”, uno dei miei brani più famosi, canta di una giovane donna uccisa dal suo ricco marito. “Leave me alone” fu la colonna sonora a Trinidad di una campagna contro la violenza delle donne. In “No madame” denunciai lo sfruttamento delle domestiche, pagate appena 20 dollari al mese e, dopo un po’, una legge garantì loro un equo compenso. “Fire me in wire”, un altro dei miei cavalli di battaglia, scritto nel 1966, è stato tradotto in venti lingue».

Subito dopo l’uscita di «Fire me in wire» si esibì sul palco di Bob Marley.
«Bob stava iniziando la sua carriera con i Wailers, suonammo con loro al Grand Ballroom di New York, era il 1967. Lo ricordo come un tipo molto gentile».

Più recente è l’incontro con Manu Chao.
«Ero a Trinidad per il Carnevale e il mio manager Jean Michel venne da me con questo tipo in pantaloni corti e sandali, all’inizio non parlammo molto: aveva una piccola chitarra con lui, io presi la mia e suonammo per due ore. Da quella jam nacque il progetto di un album prodotto da Manu nel 2015, “Far from home”, che mi ha resa molto popolare nel circuito della world music, presentandomi alle nuove generazioni».

Com’è cambiato il calypso negli anni? E continua a girare il mondo, a parte «Under the sea», il tema da Oscar di «La sirenetta»?
«La riforma avvenne negli anni Settanta, diventando soca, dalle iniziali di soul e calypso: una musica da party, più veloce e ancora popolarissima nelle nostre isole. Io ero stata una delle prime a premere sul pedale del ritmo e sono entrata nel mercato della soca grazie a collaborazioni come quella con Machel Montano, con cui abbiamo rimesso mano alla mia “Leave me alone”, un vero hit nei Caraibi». 

Lei vive a New York, però.
«Volevo fare nuove esperienze e avevo sposato un cittadino americano, parte della mia famiglia emigrò negli Stati Uniti e così... Ma amo la mia Tobago, dove torno quando posso per rigenerarmi e tornare alle mie radici».
Sabato 18 Agosto 2018, 23:10 - Ultimo aggiornamento: 19 Agosto, 17:27
© RIPRODUZIONE RISERVATA




QUICKMAP