Carosone cent'anni con inedito, un brano ispirato a Sharon Stone

Giovedì 2 Gennaio 2020 di Federico Vacalebre
Iniziato nel migliore dei modi possibili, con il «Pianofortissimo» di Stefano Bollani ad illuminare il Capodanno napoletano in piazza del Plebiscito, il centenario carosoniano entra nel vivo con una sorpresa: un inedito conservato nel cassetto da Sandrino Aquilani, ultimo produttore discografico dell'americano di Napoli, che sarà pur nato il 3 gennaio del 1920, ma resta il più giovane, il più internazionale, il più moderno dei talenti veraci che abbiano attraversato il Novecento napoletano.
Tra le tante iniziative - Arbore prepara uno show, la Rai pensa a una fiction, torna in libreria la sua autobiografia, all'Arena Flegrea il Premio Carosone e in teatro il musical ad essa ispirato, questa volta con Andrea Sannino nei panni del protagonista - in programma, c'è anche la compilation «Renato Carosone 100», portata in edicola da «Sorrisi e Canzoni» e «Chi», un doppio cd che raccoglie una trentina di classici del cantapianista nelle versioni degli anni Novanta: il produttore Sandrino Aquilani, tra «Pigliate na pastiglia» e «Maruzzella», «'O sarracino» e «Caravan petrol», ha inserito brani meno noti ed alcuni di difficile reperimento: la poesia «'O miliardario», la dedica all'antico compagno Di Giacomo («Addo' sta Gegè»), quella «Lacco Ameno» uscita postuma scritta con il grande Bonagura, e «A signora», brano di cui finora si ignorava l'esistenza.

È un provino, ma prezioso: proprio come «Addo' sta Gegè» testimoniava il senso quasi di colpa che Renato provava per l'antico sodale quando si era ritirato, così «'A signora» conferma la sua curiosità perenne, la sua voglia di mettere in canzone quello che vedeva, quello che viveva, o almeno di prenderne spunto. La signora del titolo è, infatti, una delle tante sensuali bellezze del canzoniere carosoniano, una di quelle per cui il ragioniere non ragiona più, il barbiere non insapona più, impazzisce il gelataio e «il cantiniere, sciacquando un bicchiere, sospira e fa: aaaah, che bontà». La sua visione si manifesta dalla «fenestra e rimpetto»: «è uno schermo a colori», canta il maestro scomparso il 20 maggio 2001 e si riferisce al cinema, non tanto al supremo Hitchcock di «La finestra sul cortile», o all'Ozpetek all'epoca ancora non uscito di «La finestra di fronte» - il demo è del 1993 circa, il film del 2003 - ma a «Basic instict», nelle sale nel 1992 ed entrato nell'immaginario collettivo grazie alla scena cult in cui Sharon Stone, oggi single sfigata alla ricerca di partner on line, ma all'epoca sex symbol planetario senza confronti, accavallava le gambe senza indossare mutandine. Proprio come, si presume, fa «'a signora»: «Si mette il rossetto/ si bagna le labbra/ si ammira allo specchio/ si leva a camicia/ si scioglie i capille/ si butta sul letto/ accavalla le gambe/ accavalla e scavalla,/ accavalla e scavalla.../ e i me sento e muri'».

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Il povero dirimpettaio-voyeur è ridotto uno straccio, «a signora» inizia a mostrarsi non solo la mattina, ma anche il pomeriggio, «e senza pudore». Il pianoforte scandisce un ironico blues newpolitano, Renato ha la voce che confessa di aver vissuto (e fumato il sigaro), ricordando quel Cosimo Pellecchia che nella «Canzone pettegola» d'altri tempi cesellata da Nino Taranto confessava ad un'altra donna generosa con gli uomini: «Vi ammiro di rimpetto, signo', che bella cosa, quanno spannite calze e reggipetto».

Ma la chicca dell'inedito è solo un pretesto per continuare a tessere le lodi dell'uomo che a fine anni Cinquanta rinnovò la canzone napoletana, e con essa quella italiana, portandola fuori dalle tristanzuole secche del dopoguerra, rinnovandola nei toni - finalmente ironici, a tratti - «E la barca tornò sola» - persino dissacrante, come nei suoni: Napoli città aperta si lasciava conquistare dai ritmi americani e dai profumi di notte d'Oriente e dal sound latino, colonizzando poi i colonizzatori grazie al vis suprema di Carosone, alla commedia dell'arte di Nisa, alla malinconia onomatopeica di Bonagura, al percussionista-fantasista Di Giacomo, alla chitarra estrosa del dongiovanni Peter Van Wood, ad arrangiamenti che sono come scolpiti nella pietra: «I dischi del trio, del quartetto, del sestetto, suonano come quelli dei Beatles: li ami, li consumi, ti viene voglia di farli tuoi, di suonarli, ma poi ti chiedi: che lo faccio a fare? Che cosa posso aggiungerci? La paura di rovinarli, proprio come è successo con i Beatles, mi ha fatto tentennare a lungo, nella notte del Capodanno napoletano, da neocittadino napoletano, ho osato farlo, da devoto carosoniano, si intende», racconta Bollani, che ha superato persino la sfida di «Pianofortissimo», spiegando in note, alla piazza festante, perché non possiamo non dirci tutti carosoniani. Ultimo aggiornamento: 21:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA