Napoli, ecco la Casa del Mandolino
nella piazzetta del museo Filangieri

Mandolini
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di Federico Vacalebre

L’inaugurazione di una Casa del mandolino, come quella di stamane nella piazzetta del museo Filangieri, a Napoli non dovrebbe nemmeno fare notizia. Il mandolino, come la pizza e gli spaghetti, è il simbolo della città nel mondo, un marchio oleografico quanto falso: se la pizza e gli spaghetti sono sempre di moda, il mandolino ha corso il rischio di sparire, come il pino di via Orazio, dal panorama della città per restare confinato in cartoline fuori moda.
Finalmente insegnato anche in conservatorio, da Fabio Menditto, il cordofono più verace che esista è al centro di un piccolo revival non solo nel resto del mondo, dove ha conosciuto il purificante «oltraggio» dell’elettrificazione, è diventato elemento centrale dei vari revival neoacustici, ha conquistato festival (ce n’è uno anche a New York) e i cartelloni di prestigiose rassegne classiche come post-rock. A reclamare lo stile, il suono e la letteratura del mandolino napoletano - che rispetto a quanto si apprende a San Pietro a Majella ha radici più antiche e autoctone - ci pensa ormai da un po’ l’Accademia Mandolinistica Napoletana, che dopo aver messo in piedi un’orchestra e aver figliato formazioni minori che passano dai Calace ai Pink Floyd («The dark side of the mandolin» è il titolo di un album a dir poco curioso), inaugura stamane grazie anche ai fondi raccolti via crowdfunding la suddetta Casa del Mandolino. Che fa, purtroppo, notizia, e come, nella città che non ha uno straccio di casa, di museo, nemmeno di strapuntino, per la canzone napoletana.

«Si tratta di un locale di fronte alla chiesa di San Severo al Pennino», racconta Mauro Squillante, uno dei motori dell’iniziativa, che insegna lo strumento al conservatorio di Bari e tiene corsi in quello di Salerno: «Lo abbiamo affittato, restaurato, adattato ai nostri bisogni. Ne abbiamo ricavato una saletta con quaranta posti a sedere, lo spazio per concerti, corsi e per accogliere quanti - musicisti, musicofili o turisti - vorranno venire a trovarci per capire perché il mandolino è stato così importante per la storia musicale della nostra città, anzi dell’Italia tutta».
Nella neonata Casa, con Squillante, si studierà anche mandolino elettrificato con Marco Vidino, mandolino folk con Joe Petrosino, violoncello con Leonardo Massa, vocalità nella canzone napoletana con Lello Giulivo, tecnica vocale con Alessandro Lualdi (figlio del tenore Luciano), chitarra con Lorenzo Marino, contrabbasso con Pasquale M addaluno, mentre i principianti faranno lezioni collettive con Adolfo Tronco.
«Non c’è nessuno sterile purismo o isolazionismo sonoro nel nostro progetto», continua Squillante, «ai grandi del nostro passato mettiamo vicini quelli del bluegrass americano, al suono gentile e veloce affianchiamo quello elettrificato». Bernando Pace e Giovanni Gioviale, insomma, accanto a Bill Monroe, David Grisman e Mike Marshall o al brasiliano Jakob do Bandolin, il ‘700 che ritrova spazio nel nuovo millennio senza averne paura. La tecnica con il braccio staccato dallo strumento cerca un suono più libero da quello accademico, agli spartiti barocchi si affiancano quelli di Pino Daniele: «Il nostro suono è quello classico napoletano, ma sa farsi anche spiazzante. Il mandolino non è strumento per mezze misure».
Martedì 1 Novembre 2016, 21:25 - Ultimo aggiornamento: 01-11-2016 21:34
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