Chick Corea: "A Napoli farò suonare il mio cuore italiano"

Lunedì 14 Aprile 2014 di Federico Vacalebre
Chick Corea, l'8 maggio al teatro Bellini di Napoli
Venti Grammy Awards finora portati a casa, il settantaduenne Chick Corea forse l’unico jazzista ad aver vinto anche un Premio Tenco, nel 1993, per Sicily, scritta con Pino Daniele. Pianista straordinario (con Herbie Hancock, McCoy Tyner e Keith Jarrett stato uno dei pi importanti emersi nell’era post-Coltrane), stato paladino ante litteram del suono elettronico (dal Fender Rhodes al servizio del Miles Davis di In a silent way e Bitches brew ai syhtn e gli strumenti digitali); ha suonato avant-jazz con i Circle e classica con Friedrich Gulda; stato uno dei fondatori della fusion con i Return to Forever. Nel 1971, con «Piano improvisations» per la Ecm ha lanciato la formula «piano solo» e un disco per piano solo è il doppio «Portraits», che la Concord sta facendo uscire: improvvisazioni su standard, canzoni per bambini, sue composizioni... Un disco lanciato con un tour appena partito dall’America per debuttare in Europa con le due date italiane, l’8 maggio al Bellini di Napoli, due giorni dopo all’Auditorium di Roma.

Su suggerimento di Cesare Settimo, il recital partenopeo sarà speciale sin dal titolo, «My Italian heart», giocando con «My Spanish heart», fortunato album del 1976. Immagina un repertorio speciale?

«Ho radici spagnole e italiane, le famiglie di mia madre e di mio padre vengono dal Mezzogiorno: il mio nonno paterno, Antonio, era di Albi, in provincia di Catanzaro, sono andato a vedere da dove era partito e ho capito meglio da dove veniva certa musica che suona in me e che vorrei proporre quella sera».

Il suo cuore napoletano ricorderà l’incontro con Pino Daniele.

«Siamo amici, è un grande musicista, mi piacerebbe rivederlo e spero di trovare il tempo per preparare al Bellini quella ”Sicily” che abbiamo composto insieme»».

I suoi ricordi campani recenti sono legati anche ai concerti a Ravello e Ischia con Bollani.

«Stefano è una grande ispirazione con me, ci siamo divertiti un sacco insieme e mi manca, è un grande musicista, completo».

Com’è cambiato il jazz nell’era della musica liquida? Con «Hot house» e Gary Burton ha vinto due Grammy: c’è ancora spazio per l’improvvisazione nell’epoca del web?

«Vivo con entusiasmo i cambiamenti culturali e tecnologici, anche nella musica, ma anche se cambia la nostra maniera di vivere il cuore degli artisti resta sempre lo stesso. E quello detta la nostra musica. Nella mia ci sarà sempre spazio per il jazz, per l’improvvisazione, come c’era nel cuore di mio padre, trombettista dixieland».

Piano solo è sinonimo di libertà?

«Sì, concede spazio per la creatività del momento, permette di esplorare idee, di suonare cose che ho scritto o ascoltato ma non ho mai avuto l’occasione di eseguire, mi dà l’opportunità di stare a tu per tu con il mio strumento preferito, quello da cui sono partito e quello con cui mi esprimo meglio».

Eppure si è trovato bene anche con band importanti e con tante stelle del jazz rock.

«Ho avuto la fortuna di suonare con così tanti grandi musicisti. E mi piace sottolineare il valore del mio ultimo gruppo, the Vigil, un po’ sulle orme dei Return to Forever e dell’Elektric Band, della stagione acustica con gli Origin e quella flamenco con i Touchstone».

Se dovesse scegliere il musicista più importante per la sua formazione?

«La lista dei miei ispiratori è lunga, ma mio padre è stato il mio più grande maestro, mi ha introdotto al mondo della musica quando avevo solo quattro anni, poi a Bud Powell e Horace Silver».

Se dovesse scegliere un brano e un disco da portare con lei sulla famigerata isola deserta?

«Punterei su materiali che amo, ma non troppo famosi e consumati. Diciamo il Concerto per Orchestra di Béla Bartók e le registrazioni live del gruppo di Coltrane al Village Vanguard».

Se dovesse scegliere i suoi pianisti preferiti?

«Un’altra lista importante. Powell mi ha insegnato un approccio melodico all’improvvisazione; Thelonius Monk e Duke Ellington un approccio compositivo all’esecuzione; Wynton Kelley, Red Garland e Herbie Hancock un approccio sofisticato al blues. Horace Silver mi ha spinto a scrivere musica, Art Tatum mi ha suggerito armonie profonde e melodie semplici».

Se dovesse scegliere tra i suoi materiali?

«Oggi sceglierei ”Legacy”, un’improvvisazione in studio con i Vigil registrata al primo colpo nella prima occasione in cui suonavamo insieme. Cattura un momento magico. Come mi auguro sia quello del mio concerto napoletano».

Ultimo aggiornamento: 17:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA