Dieci anni dopo, la damnatio memoriae di Michael Jackson

Martedì 25 Giugno 2019 di Federico Vacalebre
Il popolo dei fan oggi prenderà d'assalto ogni luogo simbolico che lo ricordi - dalla tomba al Forest Lawn Memorial Park di Los Angeles alla stella sulla Walk of Fame a Hollywood e le statue sparse per mezzo mondo - ma con pudore, perché nel decennale dalla morte di Michael Jackson il re del pop è un re nudo, detronizzato, senza omaggi clamorosi che parlino dell'ascesa dell'Icaro-Peter Pan, lasciando che il silenzio (o quasi) avvolga l'ex re Mida diventato il Grande Orco.

Qualche libro, qualche sparuta esibizione di cover band, qualche programma televisivo (Sky Arte trasmette alle 22.05 «Michael Jackson - The king of pop» di Finn White-Thomson, il Nove ha proposto ieri «Killing Michael Jackson», non certo delle novità), nessun biopic all'orizzone (e sì che Hollywood, dopo i Queen ed Elton John, cerca solo il nome più adatto per il tris che sbanchi il botteghino), forse un musical a Broadway, ma la produzione è in difficoltà e chissà se il progetto vedrà mai la luce.
 
Genio del pop, icona di un'epoca, nero che volle farsi bianco e che pagò troppo caro il successo, Jacko è stato assolto dalle accuse di pedofilia - i processi iniziarono nel 1993, l'assoluzione arrivò nel 2003 - ma i molti accordi extragiudiziali non hanno mai cancellato i sospetti sul suo conto, deflagrati poi con l'uscita del documentario «Leaving Neverland» di Dan Reed: i ragazzini che lo accusarono di molestie, all'epoca tacitati a suon di milioni di dollari si sospetta, ora rillanciano il loro j'accuse, e le testimonianze di chi fece parte del giro dei «giovani amici» di Jackson hanno seppellito - senza prove, sia detto - sotto un mare di fango l'artista ucciso il 25 giugno 2009 da un'overdose di Propofol, anestetico chirurgico a cui ricorreva per dimenticare guai e dolori alla vigilia di «This is it», il grande ritorno che non c'è stato.

La star di un disco seminale come «Off the wall», che per qualcuno portò la black music fuori dal ghetto e per qualcun altro (molto in minoranza) vendette definitivamente la sua anima e la sua pelle al diavolo, il cantante e ballerino più famoso di tutti i tempi è nascosto, nell'era del politically correct dilagante dopo il ciclone #Metoo, dall'ombra del dramma: quello di Michael bambino, abusato da un padre-padrone che gli insegnava le coreografie dei Jackson 5, ma ormai soprattutto quello dei bimbi che nel suo ranch disneyano avrebbero perso per sempre la loro innocenza.

La damnatio memoriae avvolge il «moon walk» spettacolare scandito al suono dell'ancor più epico beat di «Billie Jean», persino Quincy Jones ha preso le distanze dall'artista che forse è stato il suo capolavoro. Il premio Pulitzer Margo Jefferson ha aggiornato il suo libro del 2006, ora edito in Italia da 66thand2nd, ragionando su come far convivere il genio scomparso e il presunto molestatore, l'arte e i fantasmi della mente, la leggerezza del miglior pop e la pesantezza delle peggiori accuse, l'ascesa e la caduta, veloce ma faticosamente costruita la prima, postuma e feroce la seconda. Descrive un monstrum, parola latina che parla di qualcuno che stupisce e ci atterrisce, mirabile e tremendo. Ammette che la morte di Jacko ci aveva fatti concentrare tutti sul restituire la sua reputazione a un artista e che il docufilm-j'accuse e la nuova sensibilità di questi tempi ha fatto esattamente il contrario. «Era una nuova specie di mulatto», scrive, «creato dalla scienza, dalla medicina e dalla cosmesi». Che cosa possiamo aspettarci da un ragazzino del ghetto diventato star da bambino, sembra chiedere a tutti noi, che vorremmo restare bambini per ballare senza paura con gli zombie di «Thriller». Ultimo aggiornamento: 14:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA