De Simone come artefice magico

Domenica 11 Agosto 2019 di Titta Fiore
Partiamo subito da un punto: Roberto De Simone non è solo lo studioso e l’artista geniale ammirato nel mondo per i frutti di una carriera meravigliosa. Roberto De Simone è un artefice magico. Tutti i suoi spettacoli custodiscono una scintilla di sapere extra-ordinario che li rende unici. Se la parola non fosse stata degradata dalla volgare routine massmediale, e Dio solo sa quanto il maestro detesti la volgarità, potremmo dire che ogni suo spettacolo è un evento.

Nei giorni caldissimi di luglio, per esempio, nel ristoro del Belvedere restaurato di Capodimonte, ha scritto e organizzato un concerto strepitoso cui pensava da quarant'anni, immaginandolo in un primo momento per i Giardini di Boboli, a Firenze. Con la complicità del direttore del Museo Bellenger e di Elsa Evangelista, già a capo del Conservatorio San Pietro a Majella, ha messo in scena, davanti al panorama mozzafiato di Napoli, la Serenade in Re Maggiore di Mozart per quattro orchestre sistemate ai quattro angoli del Belvedere e al centro il maestro, Alessandro De Simone, a guidare gli ensemble, in modo che il suono dell'uno finisse là dove cominciava il suono dell'altro, per un incantevole effetto stereo. E poi con tre fisarmoniche, un mezzosoprano e un coro femminile ha orchestrato la Serenata Napolitana con i versi di Di Giacomo e la musica di Enrico De Leva, mentre nel cortile del Medrano quattro pianoforti, l'orchestra e il coro hanno eseguito il «poema fotografico di un valzer digiacomiano» dello stesso De Simone, «Capomonte», in cui trovavano posto echi degli amati Rimskij-Korsakov, Stravinskij, Bartòk. Chi avesse avuto occhi per vedere oltre la banalità del reale, e quelli di De Simone erano brillanti e acuminati come punte di spillo, avrebbe potuto scorgere, tra gli alberi secolari del bosco, le ombre «delle più belle donne di Napoli» che una volta all'anno, su quei prati, danzavano alla corte del re Borbone, e la Regina ballare solo per il sovrano la tarantella. Insomma, una serata memorabile, e peccato per chi non c'era.

 

Ogni incontro con De Simone è un viaggio in un mondo di conoscenze che non ha confini. Musicologo, compositore, scrittore, drammaturgo, regista, etnologo, musicista, non c'è campo delle scienze umane che non abbia arato in profondità per trarne linfa sempre nuova. Ascoltarlo è un privilegio, conversare con lui un intrigante gioco intellettuale su percorsi mai banali. Nella bella casa di via Foria, dove il tempo sembra sospeso come in un salotto gattopardiano e quasi ti aspetti che, all'ora delle meditazioni, si appalesi Padre Pirrone, tutto parla di un sapere antico temperato da continue incursioni nella contemporaneità. Tra i suoi libri, tra gli oggetti raccolti in una vita di ricerche sul campo, tra le testimonianze di civiltà contadine che il suo lavoro di studioso ha contribuito a salvare dalla dimenticanza, il maestro trascorre giornate sempre piene. Esce poco, riceve molto. Preferirebbe ritrarsi da un mondo che troppo spesso lo delude, ma è il mondo che non può fare a meno di attingere agli inesauribili serbatoi della sua sapienza coltissima e popolare. Chiunque conosca la sua inesauribile curiosità per il bello, in tutte le sue forme, e il suo gusto arguto per la provocazione filosofica, sa di trovarsi davanti a un Uomo Rinascimentale. A un uomo eclettico, libero di praticare la sfida etica come esercizio quotidiano. Di sé dice: «Sono un compositore metastorico, con un piede nel passato e un altro proiettato nel futuro». Ma non basta a descrivere gli accenti più profondi di una personalità tanto composita e complessa.
Come si sia formata, in quale humus abbia messo radici, lo racconta lo stesso De Simone nel fondamentale libro Satyricon a Napoli 44 (Einaudi), che è molto più di un'autobiografia. È il ritratto di una città stremata dalla guerra, ma ancora in possesso di quelle energie carsiche che le avrebbero permesso, di lì a qualche tempo, di rimettersi in piedi, come tante volte è accaduto nel corso della sua storia millenaria. Nella città che aspirava alla rinascita e aveva conosciuto gli abissi della perdizione, un ragazzino con la passione per la musica di giorno studiava in Conservatorio e di notte faceva il pianista jazz in night improvvisati: «Fumo, donne, whisky e soldati americani. Ogni sera una rissa». Qualche volta quel ragazzo nato in una famiglia di teatranti, nipote di un attore della compagnia di De Muto e figlio di un suggeritore di sceneggiate, suonava nelle case dell'aristocrazia, e nel palazzo di una granduchessa russa scappata dalla rivoluzione gli capitò di eseguire al piano la Ballata in sol minore di Chopin. Alla fine gli si avvicinò un uomo: «Guaglio' - gli disse - hai un suono stupendo». Era Renato Caccioppoli, il geniale matematico nipote di Bakunin che attraversò la notte di Napoli e la sua stessa vita con la bruciante velocità di una stella cadente.
Inanellando successi, sperimentando linguaggi Roberto De Simone ha lasciato tracce importanti della sua arte nei teatri più importanti d'Europa. Ha firmato con Riccardo Muti diverse regie scaligere, è stato direttore del Conservatorio e del San Carlo, è accademico di Santa Cecilia e chissà quanto altro. Alle numerose onorificenze italiane e internazionali, ha appena aggiunto il Cavalierato di Gran Croce che il Presidente Mattarella gli ha fatto giungere la sera di Serenade a Capodimonte. Al contrario di tante personalità che, a un certo punto, hanno scelto di continuare altrove il proprio percorso artistico, il maestro di «Gatta Cenerentola», di «Requiem in memoria di Pier Paolo Pasolini» e di altri innumerevoli capolavori, alla fine, non ha mai voluto lasciare Napoli. Nella città-mondo, solo all'apparenza appartato, ha continuato ad essere un presidio di resistenza culturale e umana con le armi che gli sono proprie: studiando, conoscendo, creando. Sfiduciato dalle troppe promesse disattese, amareggiato per l'indifferenza di istituzioni distratte, non si aspetta granché. Ma vorrebbe che il corpus davvero unico del suo patrimonio artistico trovasse finalmente una casa degna. Continuando a progettare, nel salotto dominato dal pianoforte ricoperto di spartiti, nuove e immaginifiche magie sceniche. Ed è, questo, un pensiero che rallegra il cuore.
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