Di Bella: «Racconto la Napoli
che non vede il mare»

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di Federico Vacalebre

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Stavolta non è il rione Luzzati narrato da Elena Ferrante, ma la Gianturco, anzi la «Nuova Gianturco» di Officina 99. «Praticamente sono nato lì, dove ho scoperto e fuso insieme folk e reggae, punk ed elettronica, storie ciniche e utopie rivoluzionarie, elettronica e songwriting», spiega Francesco Di Bella, classe 72, al giro di boa dei vent'anni di canzoni: il primo ep della sua ex band, i 24 Grana, risale al 1996, per l'etichetta della storica casa editrice La Canzonetta, a cui è restato fedele. E alle nostalgie per le palazzine descritte dalla scrittrice misteriosa si sostituisce l'orgoglio per le palazzine occupate, per una «Napoli periferica che dà le spalle al mare, per quelle vite marginali che continuiamo da criminali ad emarginare». Francesco, in copertina fotografato davanti al garage di via Brin, è voce narrante, quasi autobiografica: «'A vita me porta a raggiona'/ mo stongo a casa fore/ pe' Gianturco nun ce passo cchiu'».

Ora che è compagno e padre, ora che vive a Salerno, sente nostalgia di quella «periferia ca' te spezza o core/ china e malincunia/ Dove l'amore non basta/ la gente protesta». Così lontano così vicino («Dint''o scuro addo' ll'ate se perdono, là sicuro me può truva'») dalla sua Napoli, Francesco nè fa il nuovo oggetto di lavoro, di studio, di canto: «I centri sociali e i club sono stati il mio circuito e sono la mia vita, anche fortunata, perché ho iniziato in un decennio, i Novanta, in cui usare il nostro dialetto, anzi lingua, non impediva di girare l'Italia in tour. Riparto dallo scuro dove sono sempre stato». Anche se il disco, che arriva dopo le «Ballads» con cui ha preso le misure alla vita da solista, alle tonalità dark dei suoi primi diciannove anni di musica sostituisce altri sound, più cantautorali. De Gregori, Daniele, i Tiromancino (confermato l'apporto produttivo e strumentale di Daniele Sinigallia), Dylan e il Paul Simon di «Graceland» (non cercate subito l'orgia world, però), convivono con momenti più alla DeUs e alla Mgmt: «Cresco, cambio, torno indietro, mi evolvo, pago le mie involuzioni. Ma so per sicuro che voglio continuare a lavorare sulla forma della nuova canzone napoletana, che non mi impedisce di scrivere in italiano, anzi». Narratore delle riserve metropolitane, Di Bella ha alle spalle palazzoni sgarrupati che, per una volta, non ricordano nemmeno le Vele di «Gomorra»: «'Na bella vita» è «la storia di un uomo che, dietro un'apparente normalità, ha una seconda vita. Vende coca.

E il crimine si paga: lo so, lo dico, lui lo paga con due buchi in più, stavolta fatti dalle pallottole». Ha scelto di «vivere con il paradiso del panorama di Vietri sul mare davanti», ma non ha chiuso gli occhi, il cantante di «Kanzone doce»: «Aziz» è la storia vera di uno scugnizziello di colore incontrato nel suo quartiere, «è una soggettiva, dà la parole a un bimbo figlio di immigrati, in balia degli eventi, costretto a crescere troppo in fretta. Ho avvertito la necessità di sentirci dentro la voce di fuoco di Zulù, cercando anche il clangore dei suoni e degli stili grazie alla premiata ditta 99 Posse». Zulù che in quella vecchia-nuova Gianturco è arrivato prima di lui e l'ha accolto, come lui accoglie oggi Dario Sansone (Foja) e Claudio «Gnut» Domestico in un'emozionante rilettura di «Brigante se more»: «È diventata anche un canto d'addio a Carlo D'Angiò. Con i 24 Grana avevamo ripreso un altro pezzo dei Musicanova, quello dedicato agli scugnizzi delle Quattro giornate, ma anche Vesuvio degli Zezi, e prima ancora Lu cardillo. Il canto dei briganti negli anni 90 si sentiva ogni notte in piazza San Domenico, oggi meno. Mi piace consegnarla alle nuove generazioni con le voci, Dario e Claudio, che da quelle generazioni vengono».

Dal testo, però, scompaiono i riferimenti a «'o piemuntese c'avimmo caccia'» e «'o re burbone» diventa «'o re patrone»: «Non è mai stato un inno neoborbonico, anche se qualcuno ha tentato di farcelo credere, così mi sono concesso una piccola licenza poetica e una aggiornamento politico: o re patrone è chiunque meriti la lotta dei nuovi briganti». «Nuova Gianturco» tiene insieme la ribellione e la fatalità di chi si affida alla fortuna («Tre nummarielle»), intona lodi alla cazzima («Blues napoletano»), guarda ai supremi modelli dylaniani («Gina se ne va»), divide un «Progetto» di fuga e nostalgia con la melodiosa vocalità di Neffa. Ora inizia il giro delle presentazioni: domani a Salerno, Disclan; venerdì a Napoli, Fonoteca; domenica 9 ottobre minilive al Palapartenope per «Disco days» con presentazione dell'edizione in vibile; il 13 al Serraglio di Milano.
Mercoledì 28 Settembre 2016, 10:43 - Ultimo aggiornamento: 28-09-2016 13:58
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