Bob Dylan, tra blues e ballate torna il primato della parola

Sabato 13 Giugno 2020 di Federico Vacalebre
Bob Dylan

Chissà se Sua Bobbità ha mai letto il Céline di Viaggio al termine della notte: «Tutto quello che è interessante accade nell’ombra, davvero. Non si sa nulla della vera storia degli uomini». Ed eccolo, il premio Nobel-Oscar-Pulitzer, il profeta, il rinnegato, il tamburino che cantava i tempi che dovevano cambiare ma non sono cambiati, il rocker, il folkautore, il poeta, il menestrello che si fece camaleonte, l’uomo che ha messo l’arte nel jukebox, mister uno-nessuno-e-centomila, scandire in «My own version of you» «Sai cosa voglio dire? Sai esattamente cosa voglio dire?». E poi spiegare - si fa per dire - in una rara intervista appena concessa a Douglas Brinkley del «New York Times»: «Questa è scrittura sotto trance», «i versi sono la realtà, tangibile, non sono metafore. Le canzoni sembrano conoscere se stesse e sanno che io le posso cantare... Si sono scritte da sole e contano su di me per cantarle». E, allora, che disco è questo trentanovesimo di Bob Dylan, dettatogli sotto trance, anticipato da una memorabile cavalcata nella storia d’America dall’assassino di Kennedy in poi che ne occupa l’intero secondo lato («Murder most foul») ed apparsa a sorpresa in rete, mettendo in moto un meccanismo di attesa per «Rough and rowdy ways» (in uscita il 19 giugno), segnalato da un primo posto nelle classifiche di «Billboard» mai successo prima?

Come che disco è? È «il» disco, quello che da ormai 24 ore stiamo ascoltando-riascoltando-traducendo-capendo-noncapendo-cantando-bestemmiando-suonando-vivendo. Con «le maniere ruvide e turbolente» del titolo, che forse allude a un lp di Jimmie Rodgers, uno dei padri nobili del country (ripreso anche da una foto nell’interno del disco), e forse no, il settantanovenne mito vivente del Minnesota marchia a fuoco l’anno della pandemia globale con la sua voce inconfondibile, che, da quando ha sciacquato i panni nel mare sinatriano, ha ritrovato il gusto di farsi comprendere e scandisce inni, canzoni d’amore, ballate salmondianti, inni, gospel immobili, blues in movimento come non gli sentivamo fare da decenni.

Non sappiamo quando il disco è stato registrato, né dove, al massimo ci è concesso conoscere i nomi dei complici di questa avventura: Charlie Sexton e Bob Britt (chitarre), Donnie Herron (steel guitar, violino, accordeon), Tony Garnier (basso) e Matt Chamberlain (batteria). Con la loro fida collaborazione, «Goodbye Jimmy Reed» rende omaggio (c’è persino l’armonica a bocca) a un mito del blues, mentre «Key West» incorona la cittadina della Florida come il posto giusto dove trovarsi per cercare l’immortalità e paga pegno alla laica trinità della beat generation, chiamando in causa Ginsburg, Corso e Kerouac. «Crossing the blues», più lenta e oltre i sette minuti di lunghezza, perché serve tempo per dire le cose che Bobbissimo vuole-deve dire, sembra una riflessione sui tempi che... stanno finendo. Dylan sente «le ossa sotto la mia pelle» e guarda la morte in faccia: «Tre miglia a Nord del purgatorio, a un passo dall’aldilà, ho pregato la croce, ho baciato le ragazze e ho attraversato il Rubicone». «Mother of muses» è una ballata dagli echi celtici che parla dei generali William Tecumseh Sherman e George Patton come degli apripista per Elvis Presley e Martin Luther King. Gli annali epici e shakespeariani di «Murder most foul», la poesia whitmaniana di «I contain multitudes» e lo sfogo di «False prophet» confermano l’attenzione al verso, al suo ritmo interno, quasi si trattasse di rap, quasi fossimo agli antipodi del rap, quasi esistesse qualcuno che porge ancora attenzione a quello che dicono le canzoni, quasi che le canzoni possano ancora dire qualcosa. La parola ritrova la sua centralità e, quindi, anche la sua comprensibilità, i pezzi si allungano sino ai quasi 17 minuti da record del primo singolo. Come in una cosmogonia a stelle e a strisce Bob, si sente voce individuale in una storia collettiva, puntella il suo immaginario dettando il nostro, ringrazia i suoi eroi (ci sono anche i da poco scomparsi Little Richard e John Prine). La forma canzone è estesa, estenuata, abusata, quasi a ritrovare il mestiere di aedo chiamato in causa per attribuirgli il meritatissimo alloro svedese.

Da sempre attirato dall’ipotesi di saccheggiare la tradizione americana (da Woody Guthrie a Muddy Waters), Zimmerman stavolta «cita» «If lovin’ in believing» (1954) di Billy «the kid» Emerson, tiene insieme i suoi eroi country e quelli blues, elenca luoghi, jazzisti, film, libri, poeti, politici, politicanti, farabutti, Anna Frank e Indiana Jones, suggerendoci, lo dice l’intervista al «Nyt», che più dei singoli nomi conta il metterli insieme, più del particolare importa la visione globale.

Non sentiamoci autorizzati a pensare che sia davvero lui quello che dorme «nello stesso letto con la vita e con la morte», ma a Brinkley ha detto qualcosa di molto simile, partendo dalla sua rabbia per l’omicidio di George Floyd: «Mi ha nauseato senza fine vederlo torturato a morte in quel modo. È stato oltre l’orrore. Speriamo che la giustizia arrivi presto per la famiglia Floyd e per la nazione». Gli Stati Uniti gli sono cari, il popolo afroamericano pure, sin dai tempi di «Hurricane», e, prima ancora, di «George Jackson», «Only a pawn in their game», «The death of Emmett Till», «The lonesome death of Hattie Carroll», quante morti sin dai titoli, quanti nomi da ricordare, quanti respiri mancati. Il futuro è coheniano, non è più un’ipotesi, ma un drappo nero inevitabile, imminente come la chiusura dell’estremo sipario: «Penso alla morte della razza umana. Il lungo strano viaggio della scimmia nuda. Ogni essere umano, forte o potente che sia, è fragile di fronte alla fine». Intanto, c’è il Covid-19, «il precursore di qualcos’altro che sta per venire... Non so se sia una piaga biblica, che nel mondo stia arrivando un castigo divino. L’estrema arroganza che porta punizioni disastrose. Forse siamo alla vigilia della distruzione. Ci sono molti modi per pensare al virus. Io penso che occorra lasciargli fare il suo corso».

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