VINCENZO DE LUCA

Bennato: «Imito Crozza, tifo Napoli
e resto il pazzaglione di sempre»

Venerdì 20 Novembre 2020 di Federico Vacalebre

«Una di notte, c'è il coprifuoco/ e pensare che all'inizio sembrava quasi un gioco/ ora non c'è più tempo per pensare/ tutti dentro, chiusi ad aspettare/ Ognuno ha avuto le sue razioni/ poveri e ricchi, cattivi e buoni./ Ognuno ha fatto le sue preghiere/ ora si tratta solo di aspettare/ Bravi, su, bravi ragazzi/ ma non è il caso di agitarsi/ Bravi, su, fate i bravi ragazzi/ vedrete che poi sistemeremo tutto»
(da «Bravi ragazzi», 1974)

E vabbè che il coprifuoco ora scatta alle 22, ma...


Edoardo Bennato, cantaurocker, architetto, pittore, ed ora anche profeta?
«Boh. Un giorno mi sono ricordato di quel coprifuoco che avevo immaginato quasi 50 anni fa».


«Bravi ragazzi» era contenuta nel tuo secondo lp, ora, rivista e corretta, fa bella mostra di sé in «Non c'è», il tuo nuovo album, in uscita oggi, su cd (20 brani) e doppio lp (23).
«Era una delle canzoni pre-punk che mi misi a cantare, armato di chitarra, tamburello, armonica e kazoo, di fronte alla Rai. La Ricordi mi aveva licenziato dopo il primo, invendutissimo, disco, Non farti cadere le braccia: Torni a studiare, si laurei, mi disse magnanimo il direttore dal grande fiuto. Così mi inventai one man band e, qualcuno della rivista Ciao 2001 mi portò a un festival alternativo a Civitanova Marche: c'erano Battiato, Lolli, Rocchi... Fui eletto voce del disagio giovanile, ero pur sempre il figlio di un operaio di Bagnoli diventato dirigente dell'Italsider anche se con il partito non c'entravo niente. L'intellighentia di sinistra mi diede la patente che discografici, radio e tv mi avevano negato, la Ricordi tornò sui suoi passi e accettò di farmi continuare la carriera».


Partiamo dagli inediti, otto: «Non c'è» dà il titolo a tutto.
«È la storia di un ragazzo che vuole fare musica, ma rifiuta i compromessi con magnager stile il Gatto e la Volpe. Ricorda il Bennato ragazzo emigrato a Milano per fare successo, ma... appunto, io volevo il successo, e lo voglio ancora, voglio far ascoltare le mie canzoni, non tenermele per me. Mi vendo? Faccio compromessi? Sparate pure al petto».


Poi c'è «Il mistero della pubblica istruzione», un bluesone che farebbe la gioia degli ZZ Top in cui la sapienza diventa un virus: «E chi è che ci trova la soluzione del mistero della pubblica istruzione?», canti. La Azzolina?
«Poverina, carina, giovane, ma quale esperienza ha? È una ragazzotta di belle speranze, quando l'hanno nominata avrà telefonato di corsa ai genitori: Sono ministro!».


Poi ci sono «Geniale», «La realtà non può essere questa» con tuo fratello Eugenio che già conosciamo bene, «Signore e signori». E «L'uomo nero», un boogie rock con Clementino.
«Non è una presenza casuale. I miei miti sono Ray Charles, John Lee Hooker, B. B. King con cui ho suonato a Pistoia. Quelli di Clementino sono i rapper della prima onda, tutti afroamericani. Così ho potuto giocare con lui sull'immagine dell'uomo nero usata per metterci paura quando eravamo bambini. E che torna ora nella assurda e indecente paura dei migranti. Il razzismo è una malattia senile della decadenza occidentale, della nostra incapacità di prevenire le migrazioni bibliche da megalopoli che stanno esplodendo, di sanare i contrasti troppo stridenti tra ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati, Nord e Sud del mondo».


«La bella addormentata» è la tua Bagnoli, e, per sineddoche, Napoli tutta. Ma chi è il principe che bacerà e salverà la tua città, celebrata da te per l'ennesima volta in quello che è uno dei pezzi più radiofonici del disco?
«È una delle mie favole rock, ma non conosco il nome o il volto del principe azzurro, forse lo attendiamo da troppo tempo, forse dovremmo ricordarci che i politici li eleggiamo noi, che tra base e governo esiste un rapporto diretto».


«Maskerate» è l'ultimo degli inediti, quasi un vodoo rock'n'roll alla Bo Diddley sulla società in mascherina al tempo del Covid-19.
«Ma è anche un brano sul carnevale postmoderno di cui siamo prigionieri. Il videoclip sarà una bomba, è ambientato ai tempi della santa inquisizione».


Arriviamo ai brani «vecchi», arroventati dalle chitarre di Giuseppe Scarpato e Gennaro Porcelli, punteggiati dal pianoforte jerryleelewisiano di Raffaele Lopez, ingentiliti quando serve dagli archi del Quartetto Flegreo: «Salviamo il salvabile» (nuovamente profetica), «Non farti cadere le braccia» (ancora uno slogan), «Mangiafuoco», lo shuffle di «La verità», il r'n'r di «Perché» (con Morgan), «L'isola che non c'è, «Un giorno credi» che recupera il trombino originale... Non c'è cesura tra materiali datati e nuovi: Edoardo l'ultimo coerente?
«No, semplicemente Edo quello di sempre che racconta un'Italietta strapazzata con le sue canzonacce».


Nella conferenza stampa di presentazione via streaming hai imitato De Luca e De Magistris.
«Il sindaco non lo so fare bene, ma il governatore lo faccio meglio di Crozza. Non ce la faccio più a vederli l'un contro l'altro armato, viviamo una situazione più tragica che comica, con i politici che diventano comici, come il presidente della mia Regione, che potrebbe fare la spalla di Totò».


Chiudiamo con il calcio?
«Da sportivo, da praticante dell'arte del pallone, da uomo convinto che mens sana in corpore sano, dovrei evitare il tifo. Ma non ci riesco, soffro e faccio cose da pazzi per il Napoli. Invidiando la Juventus, entità commerciale che compra tutti i migliori giocatori».


La copertina del disco usa i titoli dei brani come strilli del «giornale che non c'è».
«Ma non sono un cronista. Intellettuale? Laureato certo, ma, soprattutto il solito pazzaglione».

Ultimo aggiornamento: 09:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA