Edoardo Bennato: «Nel paese di Pinocchio solo il rock dice la verità»

Martedì 20 Novembre 2018 di Federico Vacalebre
A 72 anni compiuti, Edoardo Bennato continua a rockare e rollare come se niente fosse: il suo nuovo show, «Pinocchio & Co», promette favile stasera davanti al pubblico di casa, al Palapartenope: «Rock, archi, melodia, grinta, ironia, favole, attualità... Venghino, venghino signori, che c'è da divertirsi per quelli di tutti i sessi, di tutte le razze, dai 12 ai 99 anni, e chi non viene non sa che cosa si perde», invita con il solito tono beffardo il cantautore flegreo, che promette un viaggio nel suo canzoniere antico e recente, tra chitarre blues e quartetti d'archi, kazoo e immagini di un'America che a volte è sogno e altre volte incubo, proprio come la sua Napoli.

Il riferimento del titolo al suo «Burattino senza fili», l'anno scorso ripreso per celebrarne il quarantesimo compleanno, è anche una sfida a una drammatica attualità: «La nostra Italietta è più che mai collodiana», racconta Edo, «tra gatti, volpi e mangiafuoco di ogni tipo e colore, siamo nella terra dove le bugie hanno le gambe lunghe e alla verità le gambe vengono tagliate ancor prima che qualcuno si azzardi a dirla».

Il suo ultimo album in studio, «Pronti a salpare», del 2015, metteva al centro la questione dei migranti, «senza buonismi pelosi nè intolleranze e razzismi, per me inconcepibili», ricorda lui, che oggi si ritrova iscritto dal vicepremier leghista Matteo Salvini nella lista dei suoi «amici», di quelli a cui chiede consiglio quando si parla di Napoli o del Sud. Ma, come sempre, Bennato non ha voglia di affrontare discorsi di appartenenza politica: «È da quando ho iniziato a suonare armato soltanto di chitarra e tamburello che non ho voglia di essere inquadrato nella guerra tra guelfi e ghibellini della politica italiana, figurarsi oggi che sinistra e destra sono parole svuotate di senso. Il problema è che in Italia nessuno sa dove sbattere la testa dai tempi di quei quattro sconsiderati, lo dico con ironia, di Vittorio Emanuele, Garibaldi, Mazzini e Cavour: hanno fatto l'Italia senza fare gli italiani, ci hanno lasciato senza aver risolto niente, ma con un sacco di strade, piazze e monumenti a loro intitolati. Da allora, chiunque abbia avuto il potere in mano, da Mussolini a quelli di adesso, passando per Andreotti, Craxi, Berlusconi, De Mita, Renzi, ha sbattuto la testa contro il muro». Che cosa fare allora? Che consigli per il suo «amico» Salvini? O per il suo «amico» Grillo. O, meglio ancora, per il bene degli italiani?
 
«Io di risposte non ne ho», cantava un tempo Edo, e continua a non averne, «ma appartengo a quella piccola fascia di napoletani, e poi di italiani, e poi di europei, e infine di occidentali, che credono di avere una coscienza sociale, così non posso più confondere lo sport con la militanza, la coscienza civile con la militanza fanatica».

Ma davvero non c'è nessuno di cui fidarsi? «Vorrei tanto fidarmi di qualcun, lo vorrei per mia figlia, è per lei che guardo al futuro, che ho imparato a fare la differenziata, che provo ad essere un buon cittadino, oltre che un artista, un saltimbanco, un cantautore. Alla fine, però, la verità fa paura a tutti e non la dice nessuno, nel paese dei Pinocchi per me l'unica verità possibile è quella del rock'n'roll». E lui, Edoardo dei Campi Flegrei, che Renato Carosone elesse a suo erede, in Italia non ammette rivali, competitor dicono oggi: è stato il primo a riempire gli stadi e rimane una «gioiosa macchina da guerra», anzi di «pace». © RIPRODUZIONE RISERVATA