Elisa: «Libero me stessa e le mie canzoni: reazione al Covid»

Sabato 19 Febbraio 2022 di Federico Vacalebre
Elisa: «Libero me stessa e le mie canzoni: reazione al Covid»

Tra i reduci di Sanremo Elisa è quasi l’unica, rispetto al podio l’unica, ad aver pensato ad un album. Anzi un doppio album, che sembra la summa di due dischi diversi, uno in italiano e uno in inglese, ma anche una playlist, anche se lei si dice «attaccata al concetto di disco, magari libero da un concept, magari così vario da suggerire un ascolto anche casuale».
 

Il titolo, però, è uguale in italiano come in inglese: «Ritorno al futuro/Back to the future».
«Dopo i due anni del Covid avevo la necessità di fare un lavoro di sfogo, estroverso. Non potevo fare un disco solo in italiano, o in inglese, chiusa in casa avevo scritto nelle due lingue e le ho tenute insieme dietro quel titolo centralissimo. Questo è il mio album pazzo, di reazione a tutto quello che abbiamo vissuto. A una situazione straordinaria dovevo rispondere con una reazione di pari impatto, per la quale mi sono sforzata al cubo».

Uno sforzo titanico, 25 canzoni sul cd, 27 sul digitale.
«E altre ne usciranno strada facendo, arriveremo a 33 aspettando il tour, che sarà all’aperto e con posti a sedere, non centrato solo sulla musica ma anche sul messaggio ambientalista».

Ci torniamo dopo. Restiamo al disco, se le canzoni sono tante le collaborazioni sono persino di più.
«È vero, è come se volessi aggiungere alla mia voce tante voci, al mio punto di vista quello di tanti colleghi. Non era il momento di essere sola, davvero, e non credo che sia stata una sensazione solo mia, questa».

Vediamoli questi incontri, che sono anche un modo per iniziare a navigare nel disco: Jovanotti.
«”Palla al centro” è uno degli snodi del disco. È il racconto del bisogno degli altri, di una vita plurale, nel cantarla ho immaginato un concerto, persone che ballavano, quelle scene che ho visto ai live di Lorenzo, che l’ha scritta e duetta con me, tra percussioni in levare e voglia di positività».

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Poi c’è «Luglio», in cui dividi il microfono con Elodie, Giorgia e Roshelle.
«In Italia non ci sono così tanti pezzi per così tante voci femminili, ho pensato a loro per questo soul, avevo bisogno di canti dell’anima per un brano che parla di amicizia, solidarietà, condivisione».

In «Litoranea» hai ritrovato, come autore - accanto al napoletano Davide Petrella, già dietro il secondo posto al Festival con «O forse sei tu» - Calcutta.
«Lui ha una sua malinconia tutta ironica: nel cantare quel pezzo mi sono vista come la Vitti in “C’eravamo tanto amati”».

Ma non sarà un po’ un’insalata tenere insieme i nomi già fatti, e poi quelli di Rkomi, Dardust, Venerus, Shablo, Michelangelo, tuo marito Andrea Rigonat, Franco126, Takagi & Ketra, Andy dei Bluvertigo, più Stevie Aiello e Patrick Warren?
«Un’accozzaglia? Ci può stare. Avevo canzoni che andavano in direzioni diverse, non solo con lingue diverse e non volevo addomesticarle, disciplinarle. Avevo bisogno di libertà, e quelle canzoni con me: ci siamo prese tutte le libertà possibili, ospitando tutti. Io non sono cambiata, sono quella di sempre, ma in buona compagnia».

A leggere i testi, con l’impegno per l’ambiente che sottende pezzi come «I feel it in the Earth» e «Hope», il declino capitalista («Let it go to waste on me», «Fire»), la sorellanza di «Luglio», verrebbe da pensare che l’album sia un invito a mettere da parte l’io per il noi, il pensiero egoista per quello comunitario, collettivo.
«È così: meno io e più noi è il miglior slogan possibile per il futuro. Le nuove generazioni hanno capito a quale disastro stiamo andando incontro e lottano per un altro pianeta possibile, per salvare l’ambiente e noi con essi. Ma non so se gli lasceremo il tempo di salvarci, speriamo non sia già troppo tardi. Io ci metto il mio impegno, da artista, da donna».

Ovvero?
«Il tour sarà a emissioni zero, l’altra volta abbiamo piantato alberi in Africa e Sudamerica, questa volta proveremo a farlo nelle zone dove suoneremo. Aboliremo la plastica, staremo attenti ai catering: solo cibi di stagione e a km zero, macchine elettriche o ibride. Nel mio privato imparo ogni giorno: compro carne, pesce e verdura solo da allevamenti e contadini delle mie parti, così aiuto anche l’economia locale e so che cosa mangio. Ho abolito gli assorbenti interni, tranne che qualche volta in tour, e ne uso solo di stoffa, lavabili. Faccio a meno dei detersivi nelle bottiglie di plastica comprando delle pastiglie solubili... Privilegio le aziende green e così via. Non è facile ma è necessario».

Un tour politico, insomma?
«Un tour in cui alzeremo la voce, in cui le nuove canzoni si troveranno bene con le vecchie, facendo ancora più confusione, aggiungendo diversità a diversità».

Già perché anche le sonorità sono variegatissime. Pop, urban, hip hop, elettronica, indie, rock, soul nei momenti forse migliori del disco come «Show’a rollin’» o «Drink to me», echi di Florence Welch in un pezzo come «I feel it in the Earth», il pianoforte che resta spesso centrale, tanto moog, accenni di gospel moderno, il vitalismo di «Fuckin’ believers», il passo dei Depeche Mode in «My mission»...
«Tanti collaboratori, tanti generi, ma un’emozione di fondo: il bisogno di reagire all’isolamento in cui abbiamo vissuto, l’urgenza di salvare Madre Terra e i nostri figli dal disastro».

Nel disco inglese non ci sono ospiti. Come mai?
«Ne avevo messi così tanti in quello italiano che... E, poi, io mica sono così famosa all’estero da potermi permettere chissà chi».

Chiudiamo con Sanremo. Davvero soddisfatta del secondo posto? Non speravi in una seconda vittoria?
«Il Festival è stata una parentesi idilliaca, ho raccolto molto più di quello che aspettavo. Sono tornata a 21 anni dalla vittoria con “Luce”, la gente poteva non amarmi più così tanto: preferire le giovani leve sarebbe stato normale, persino inevitabile e, invece, mi ha inondata d’amore. Arrivare prima sarebbe stato un disastro, oltre che ingiusto. Io ho vinto a 23 anni, all’Ariston ci vorrebbe un regolamento da legge della foresta, per cui vincono sempre i giovani bravi come Blanco e Mahmmod».

 

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