Ennio Morricone, il ricordo di Joan Baez: «Io, lui, Sacco e Vanzetti: che magnifica compagnia»

Mercoledì 8 Luglio 2020 di Federico Vacalebre

«Non era nemmeno una canzone, appena quattro versi ripetuti come un mantra di speranza, di disperazione, di sconfitta, di rivincita». Joan Baez, madonna della folksong militante, 79 anni, quella melodia l'aveva appena riscoperta nei giorni della pandemia, riproponendola nell'aprile scorso, chitarra e voce, in uno dei video registrati nella sua cucina. «Here's to you»: «Questo è per voi, Nicola e Bartolomeo. / Riposate per sempre qui nei nostro cuori / l'istante estremo è vostro / quell'agonia è il nostro trionfo».

Era il 1971, Joan, bellissima e dalla voce cristallina, non era già più da un pezzo la musa di Bob Dylan, che le aveva rubato tutto quello che le poteva rubare ed era andato oltre, altrove. Una sera, a New York, l'allora inviato Rai Furio Colombo incontrò Giuliano Montaldo, che stava preparando «Sacco e Vanzetti», film con Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla sui due anarchici ingiustamente condannati e giustiziati in America il 23 agosto 1927. Il regista aveva affidato a Ennio Morricone la colonna sonora, progettando che includesse una ballata, una protest song, come si usava allora. «Ci vorrebbe Joan Baez», si erano detti, «Sì e chi ci arriva?», la leggenda vuole abbia risposto il maestro.

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Ci arrivò Colombo, che quella sera aveva proprio tra i suoi invitati la Baez: «Montaldo gli aveva dato il copione, lui me lo passò, me lo lesse, me lo caldeggiò», ricorda l'usignuolo di Woodstock: «Non ero propensa ad accettare l'impresa, poi in Italia, vicino a Roma, credo che fosse Fregene, mi presentò il regista, che mi convinse del valore politico di quel film». Lei, su suggerimento dell'amico Furio, ci mise le parole. «Ispirate da un'intervista di Vanzetti a un giornalista del Nord America Newspaper Alliance, tal Philip D. Strong, che lo aveva visitato in carcere, nel maggio 1927, tre mesi prima della sua esecuzione. L'idea che quell'agonia potesse diventare il trionfo di un movimento era feroce, efficace, agghiacciante. Quando Morricone musicò quelle parole mi sembrò un miracolo: quell'uomo conosceva la mia voce meglio di me, aveva scritto le note alle quale riuscivo ad arrivare, allora si intende».
 


Nel video in cucina al tempo del Covid-19 Joan vola più bassa, l'età si fa sentire, il tono non è più argentino come un tempo, e poi c'è il distacco dovuto ai tanti inni resistenti cantati senza che nulla cambiasse, ma questo, all'indomani della morte del novantaduenne maestro romano, la intenerisce: «Quella canzone è rispuntata fuori persino dopo l'omicidio di George Floyd, le generazioni se la sono passata l'una all'altra, forti di quelle poche parole, di quelle note solenni che sembravano portarci nei giorni di quell'ingiustizia, tra Nicola e Bartolomeo, tra chi protestava lottando per la loro salvezza. Ho scoperto poi che molte canzoni erano state scritte a quel tempo, anche in napoletano, contro quell'ingiustizia».

C'era anche Gilda Mignonette tra chi cantò, al tempo, le richieste di libertà dei due anarchici, ma poco possono le canzoni: «Non salvano, non cambiano il mondo, l'abbiamo imparato a nostre spese, ma servono, riscaldano l'anima e preparano a nuove lotte».

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«Here's to you», il brano più breve della colonna sonora, fu un successo a 45 giri, trascinò le vendite dell'album, successo ebbe anche la versione di Gianni Morandi che, con Franco Migliacci (il paroliere di «Nel blu dipinto di blu»), lo tradusse in «Ho visto un film»: «Canto a voi Nicola e Bart/ per chi odia la schiavitù/ per chi ama la verità/ canto forte libertà». «Completò il gioco delle parti iniziato con lui quando mi ero impossessata della sua C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. Quel pezzo di Morricone meritava la mia, la sua, le tante voci che poi l'hanno intonata, su disco, nei cortei, nei sit in. Voci anarchiche e non, nere e bianche, giovani e ormai anziane come la mia. Non so perché, ma è finito persino nei titoli di coda di un videogioco». Già, perché anche Hideo Kojima, il creatore di «Metal gear» è un fan di Morricone. «Difficile non esserlo, nel 1971 come oggi», sorride mesta dall'altra parte dell'oceano la pasionaria del folk che fu, che sapeva trasformare l'agonia in un'estasi, se non in un trionfo.

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