Morricone, il compositore italiano più eseguito nel mondo: anche di Verdi

Lunedì 6 Luglio 2020 di Federico Vacalebre
Ennio Morricone all'Arena Flegrea di Napoli il 30/06/2007

Era il compositore italiano più eseguito nel mondo, avendo ormai sorpassato Giuseppe Verdi e il parlare di lui al passato costa fatica a chi (e chi non?) ha amato la musica di Ennio Morricone, ancor più a chi l'ha conosciuto: uomo schietto, senza peli sulla lingua, conscio del valore della sua musica da film ma ancor più della differenza tra musica e musica applicata.

Tra i più grandi autori di colonne sonore di tutti i tempi, gli avevano dato l'Oscar, alla carriera, solo nel 2007, lui aveva ringraziato, ma non aveva mai capito perché non ci fosse riuscito nemmeno con Mission. Poi gliene avevano dato un secondo, nel 2016, per The hateful eight di Tarantino. Al Moma di New York hanno ospitato una retrospettiva di film da lui sonorizzati, nella sala newyorkese delle Nazioni Uniti gli hanno reso onore Lou Reed, Pat Metheny e Lee Van Clift, l'Italia non ha saputo-voluto farlo senatore a vita.

Prima della consegna dell'Oscar alla carriera il «New York Times» lo definì «Il maestro dello spaghetti western»: a lui non piacque il titolo, che rischiamo di replicare tutti oggi sui nostri giornali: era «Il pezzo è bello, ma come spesso succede, il titolo è indecente», mi spiegò, «una semplificazione infernale: l'opera, meritoria, di Sergio Leone, viene svilita a un western all'italiana, come dire all'amatriciana, qualcosa da mangiare; e la mia opera coincide con la sua, che non rappresenta nemmeno il 2 per cento della mia produzione, al massimo il 7 se si considerano anche i western, pure buoni, di Petroni e di Sollima».

Siamo tutti avvertiti, insomma: allievo di Goffredo Petrassi, Ennio sapeva di essere amato per le sue colonne sonore più popolari, ma voleva che queste fossero considerate nell'insieme della sua produzione: «Banalizzazioni del genere avvengono anche in Italia. Al disinteresse del pubblico per la mia musica assoluta ormai sono abituato, all'ignoranza degli addetti ai lavori per quella applicata non ancora. Ma alla fine tutti dovranno fare i conti con la musica per il cinema, e con la settima arte tout court: è stato il linguaggio del Novecento e, Internet permettendo, mi sembra lo sarà anche di questo nuovo secolo», disse allora.

Il successo, comunque, arrivò con i film di Leone: «Piacque l'idea di introdurre i suoni del lavoro in Per un pugno di dollari e quello degli animali, col canto del coyote, in Il buono, il brutto e il cattivo. La musica concreta entrò nel suono di consumo popolare», spiegava lui, nemmeno troppo orgoglioso che tanti rocker amassero i suoi suoni, presentandoli al pubblico più giovane di mezzo mondo, dai Clash - che aprivano con i suoi hit i loro concerti - ai Metallica, da Springsteen a reggaeman come Yellowman: «Il rock o è grande o è pessimo. Alcuni artisti abituati a esprimersi con semplicità hanno trovato nella mia scrittura basata su tre accordi, ma poi riscattata in qualche modo dall'invenzione musicale, un punto di riferimento, un'ispirazione. Ne sono onorato». Ma le sue pagine sono state rilette, in un album intitolato «We all love Ennio», anche da Bruce Springsteen, Roger Waters, Quincy Jones... Per Giuliano Montaldo scrisse le musiche per «Sacco e Vanzetti», poi la voce di Joan Baez fece sue «The ballad of Sacco & Vanzetti» e, soprattutto, «Here's to you».

In nomination 5 volte tra il 1979 e il 2001, ma senza esito, l'Oscar era stato a lungo tra i suoi tormenti, anche se non lo ha ammesso mai: «Non lo sognavo, non lo inseguivo, anche se dopo cinque nomination lo aspettavo. Nell'anno di Malena, quando stava per essere annunciato il nome del vincitore, ho detto a mia moglie: Speriamo che non me lo diano. Mi bastavano le candidature, decise da colleghi compositori e musicisti, il premio è sempre un terno al lotto. Il riconoscimento alla carriera, arrivato su input di quei colleghi, mi ha trovato vivo e vegeto».

Se gli chiedevi di scegliere i suoi tre lavori più importanti ti diceva che era impossibile e ribaltava il gioco: «Scegliamo le pagine che hanno segnato le novità, più di tre, se permette: quelle di Leone in cui ho aperto le porte alla musica concreta, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Petri, tra le recenti La sconosciuta di Tornatore, in cui ho cominciato a eliminare melodia e ripetizione del tema. E Voci dal silenzio, musica assoluta nata pensando a Ground Zero e poi dedicata alle vittime di tutte le stragi del mondo. Mi è piaciuto che il suo debutto in America avvenisse all'Onu, portando le voci dei poveracci di tutto il mondo dove parlano i potenti».
 


Romano, Morricone (10 novembre 1928–6 luglio 2020), era stato un talento giovanile della squadra giallorossa (lo chiamavano il pistolero, quasi prefigurando il servizio reso a Clint Eastwood), poi, diplomatosi in tromba e composizione a Santa Cecilia, aveva iniziato un apprendistato che ha attraversato con successo il mondo della canzone e del cinema, ma anche quello dell'avanguardia grazie al gruppo di Nuova Consonanza e alle sue sperimentazioni, improvvisative e non.

La collaborazione con la Rca lo ha portato a firmare gli arrangiamenti di «Sapore di sale», «Se telefonando» (di cui era anche coautore), «Pinne fucile ed occhiali», «Guarda come dondolo», «Abbronzatissima», uno storico album di classici napoletani affidati a Miranda Martino che ancora oggi è di riferimento per chi si avvicina al genere, anche se gli spartiti originali sono andati persi in un incendio.

Il suo nome è, certo, legato a quegli strabenedetti western all'italiana, ai film di Sergio Leone, Duccio Tessari e Sergio Corbucci: la Trilogia del dollaro («Per qualche dollaro in più», «Il buono, il brutto, il cattivo», «C'era una volta il West»), poi «Una pistola per Ringo», «La resa dei conti», «Il grande silenzio», «Il mercenario», «Il mio nome è Nessuno»... Ma le sue musiche hanno servito anche Bernando Bertolucci, Carlo Verdone, Citto Maselli, John Carpenter, Brian De Palma, Barry Levinson, Mike Nichols, Oliver Stone e Quentin Tarantino. Per non dimenticare ancora Leone e gli splendori eufonici di «C'era una volta in America». 

Ha vinto anche tre Grammy, quattro Golden Globes, sei Bafta, dieci David di Donatello, undici Nastri d'argento, due European Film Awards, un Leone d'Oro alla carriera e un Polar Music Prize. Ha venduto inoltre più di 70 milioni di dischi. In tarda età aveva accettato la sua immagina da rockstar, riempiendo arene e piazze e teatri dirigento le sue musiche, comprese quelle di quei benedetti spaghetti western, croce e delizia di un grandissimo musicista.

Ciao Ennio, ciao. 

Ultimo aggiornamento: 19:27 © RIPRODUZIONE RISERVATA