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Ernia: «C'è Baudelaire nel mio rap»

Domenica 21 Gennaio 2018 di Giulio Di Donna
Ernia

Tra i più apprezzati e seguiti rapper - ma non veste come i rapper - della nuova generazione, Matteo Professione, classe 1993, in arte Ernia, tornato a Napoli per un live show all’Hart di via Crispi con le canzoni di «Come uccidere un usignolo/67», il suo album dal sound ipnotico. Membro della crew Troupe d’Elite, ha fatto il suo percorso al fianco di Ghali, tra i re della trap italiana. Ma lui non aderisce in pieno al genere, anzi, spiega il suo flow: «Si chiedono se faccio la trap e fanno la lotta/ la realtà è che della trap io son l’alternativa».
Uscito sul finire del 2017 il suo doppio album è balzato subito nella Top 5 degli album più venduti in Italia.
«Con una ristampa ho fatto numeri che altri artisti fanno con i dischi di inediti. Avevo pubblicato il progetto in giugno, per poi aggiungerci delle nuove tracce: non mi aspettavo una simile accoglienza».
Marz, Shablo, Zef, Luke Giordano, Parix e Lazza sono i producer in campo. Poi ci sono le collaborazioni con Guè Pequeno e Mecna: il meglio della scena hip hop italiana.
«Per le basi ho scelto artisti affini ai miei gusti, con Guè avevo già collaborato e c’è sempre stato molto feeling, più sorprendente è stato lavorare con Mecna in “Tradimento”».
L’immagine di Ernia non è quella tradizionale dei rapper.
«È vero, ma credo di differenziarmi dalla scena soprattutto per la preparazione scolastica (ho finito il liceo e mi sono iscritto all’università, Lettere moderne, frequentando fino a quando ho potuto), l’estrazione familiare (mia madre insegna latino e letteratura al liceo), il modo di scrivere, le scelte musicali».
Atipici sono ancor di più i suoi testi, ispirati da Hemingway e Baudelaire ma anche da Harper Lee, tra testi impegnati e crudi e momenti più crepuscolari o decadenti.
«Quello che ho letto ha influito sicuramente sul mio stile, poi c’è la mia tendenza ad essere ferocemente realista».
Circola qualche sua dichiarazione critica verso la generazione dei ventenni: davvero sei convinto che vogliono tutto e subito, senza sudarselo?
«Credo che siamo messi male, in Italia, anche sul fronte dei trentenni: non c’è spazio per i giovani, e non c’è qualcuno che parli coi giovani, che dia loro un esempio. Così i ragazzi sognano vacanze come quelle degli imprenditori di 60 anni, vestiti da 60enni con mocassini e camice aperte su barche da 60enni. All’estero i ragazzi partono per due settimane in estate e fanno le vacanze in camper a girare l’Europa, noi facciamo i 60enni a 20 anni».
Che fare per invertire la rotta?
«Bisogna studiare, andare a scuola. E, quando si finisce il liceo anziché iscriversi a un’università solo perché la mamma vuole il figlio laureato o perché tutti lo fanno, viaggiare, farsi un paio di anni fuori, guardare come si vive nel mondo. Per poi tornare ed essere un valore aggiunto per società, portando a casa le nuove esperienze».
Quali artisti della scena napoletana conosce? Con chi le piacerebbe collaborare?
«Conosco Clementino, sempre molto gentile con me, il mio manager Ciro Buccolieri e Shablo ebbero lui trai primi artisti della Thaurus. Mi piace moltissimo Luche’, mi piacerebbe collaborare con lui».

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