Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Gigliola Cinquetti ospite all'Eurovision 58 anni dopo "Non ho l'età": «Non tutti quelli che vincono hanno successo»

Venerdì 13 Maggio 2022 di Rita Vecchio
Gigliola Cinquetti ospite all'Eurovision 58 anni dopo "Non ho l'età": «Non tutti quelli che vincono hanno successo»

Gigliola Cinquetti ritorna all’Eurovision Song Contest nella serata finale. La sua “Non ho l’età (per amarti)” ha segnato un inizio nella storia della canzone da cui non si è più tornati indietro. «Vestita con un abito verde erba», ha vinto il Festival di Sanremo 1964, bissando il primo posto poi a Copenaghen a quello che allora si chiamava “Gran Premio Eurovisione della Canzone”. «Ritornare su questo palco così importante è come ricevere un regalo inaspettato e bellissimo», racconta con il suo fare gentile. «Sono passati quasi 60 anni e la musica è sempre giovane». 

 

Achille Lauro show, toro meccanico e bacio al chitarrista ma è eliminato: niente finale di Eurovision

 

Cosa rappresentava in quegli anni per l'Italia questo Festival?  

«L’Italia era un paese ancora ingenuo. Eravamo tutti un po’ provinciali. Erano gli anni in cui cominciavamo a muoverci timidamente fuori dai nostri confini. Si iniziava a studiare la lingua straniera a scuola, a fare i primi viaggi in Interrail, a sviluppare il senso di appartenenza nei confronti dell'Europa. E l’Eurofestival, come si usava chiamarlo, ci permetteva di uscire dal proprio guscio, di aprire mente e cuore».

 

Allora come oggi. Esempio sono i Måneskin diventati idoli planetari. Che pensa?

«Non tutti quelli che vincono l’Eurofesitval hanno o hanno avuto successo. Alcuni non hanno lasciato segno. L’Italia l’ha lasciato. Come accadde nel ’64 con “Non ho l’età” e l’anno scorso con i Måneskin. La mia canzone fu tradotta in tantissime lingue, e io stessa la cantai in otto o nove, tra cui il fiammingo, il giapponese».

 

Il Sanremo del ’64 era stato definito, per la prima e ultima volta, internazionale. C’erano gli interpreti stranieri con voi, tant’è che “Non ho l’età” venne cantata in francese da Patricia Carli. Era vera la polemica sul fatto che loro venivano pagati e gli italiani no? 

«A Sanremo non si viene pagati, a meno che non sei ospite. Sinceramente non ricordo». 

 

E sui sospetti di ingaggi sull'organizzatore dle Festival e impresario Gianni Ravera? 

«Dopo sessant’anni sono sciocchezze, se paragona Il trionfo mondiale di “Non ho l’eta” con qualsiasi altra vittoria i sospetti sono spazzati via dai fatti. A dare la risposta è stato il mercato».  

 

Lei infatti è stata tra le pochissime artiste in classifica nel Regno Unito. Nel 1964 conduceva Mike Bongiorno. Cosa si ricorda di lui?

«Il pragmatismo, l’asciuttezza del ritmo. Era uno che andava all’essenziale, grandissimo professionista della tv. Per me aveva un’autentica simpatia. Ricordo la frase che disse presentandomi: «Una studentessa del Liceo Artistico di Verona. E quello ero». 

 

La semplicità mi sembra l’abbia mantenuta.

«La semplicità. Ma mai la banalità». 

 

Lei sarebbe potuta tornare all’Eurovision nel ’66 con Modugno. Le è dispiaciuto non esserci andata?

«Non essendo un duetto, non è passato “per la capa” a Modugno proporlo. Era lui l’autore della canzone. Voleva giocarsi la sua partita. Io ero già contenta di avere vinto il Festival di Sanremo». 

 

Lei però a un certo punto, si fermò. Si diede al giornalismo, alla conduzione, alla passione per i disegni (come dimostrano le copertine dei suoi album, La Bohème e Mistero). 

«Ho fatto una lunga pausa nel periodo in cui avevo i figli piccoli. Volevo godermi la famiglia e gli affetti, difficile quando si va in tour per il mondo. Ho fatto la conduttrice televisiva, come il talk show quotidiano Vivendo Parlando prodotto da Pupi Avati. Sono stata bene, mi sono divertita, ho fatto cose che mi hanno gratificato, rimanendo in Italia». 

 

Tornò all’Eurovision dieci anni dopo, con “Sì”, a Brighton. Arrivò seconda dopo gli Abba. 

«Sono stata contenta lo stesso. La stampa inglese mi definì "Italian Lady" e “Sì” fu considerata  “too good to win” (troppo bella per vincere). Il brano ebbe lo stesso un grandissimo successo. Anche se fu censurato l’intero Eurovision, trasmesso in differita in un orario non tanto visto a causa della coincidenza con il referendum per l’abrogazione sulla legge del divorzio».

 

Diritti civili, oggi tema sempre caldo?

«Divorzio e aborto hanno segnato gli anni Settanta. Sono affezionata a quegli anni perché hanno significato per L’Italia una crescita culturale e coscienza civile molto importante. Mi auguro che l’Italia investa sulla cultura e sulla scuola per difendere tutte le conquiste che sono state fatte con molta fatica di progresso e civiltà, che si riassume nella parola democrazia».

 

Ha già conosciuto Mahmood & Blanco? 

«No. E mi farà molto piacere incontrarli. Auguro loro tutto quello che possono desiderare».

 

Emozionata di esserci domani sera? 

«Tantissimo, ma non vedo l'ora». 

© RIPRODUZIONE RISERVATA