Neffa canta «Mo' vene Natale», è la sua prima volta in dialetto

Neffa
Neffa
di Federico Vacalebre
Giovedì 10 Dicembre 2020, 09:59 - Ultimo agg. 11:27
5 Minuti di Lettura

Anche il 2020, anno nefastissimo, si avvia a chiusura senza che il piccolo mondo antico di cantaNapoli abbia visto nessuna novità capace di impedirne, o quantomeno rallentarne, l'estinzione. Proprio mentre la lingua napoletana torna a cantare, a farsi sentire, a dominare le classifiche (Geolier è il quinto artista più ascoltato dell'anno in Italia, il primo in Campania), la gloriosa melodia classica partenopea giace dimenticata, ignorata, snobbata, perdendo pezzo a pezzo i suoi ultimi protagonisti storici, si pensi al vuoto lasciato da Mirna Doris.

In attesa che il Trianon diventi davvero casa della melodia verace, gli ultimi carbonari del genere fanno di necessità virtù, gioiscono del poco che regalano loro questi tempi immemori. Come l'iniziativa di Gianni Simioli e Radio Marte che come canzone di queste festività in mascherina hanno saggiamente riscoperto «Mo' vene Natale», chiudendo l'anno del centenario carosoniano: arrangiata da Gianluca Carbone, la filastrocca dell'americano di Napoli è tristemente perfetta per le festività in clausura che ci aspettano.

L'incipit è affidato a Peppino Di Capri, i cori dei Soul To Food provano a dare una tinta «black» preparando la strada a sua sensualità SVM e ad una sorpresa assoluta, la prima volta in napoletano di Neffa, alias Giovanni Pellino da Scafati, che un album verace lo cova da anni e stavolta, con tanto di autotune, aggiunge del suo ai versi del maestro di «Caravan petrol»: «Facimmo Natale come amm' fatt' Pasca, hanno misso o lockdwon i' manc' scenno abbascio, pure se è zona rossa io spero proprio che Babbo Natale passa. Mo vene Natale e ce ne stammo o frisc, a Befana nun vene pecché è fascia a rischio e pe' furtuna ca nun vego a zia Carmela ca è sempe triste». Verace, originale, canto di distanza e autarchia, Pippo Seno alla chitarra, Roberto D'Aquino al basso.

Nessuna licenza, nessuna rilettura, invece, in «Salvatore Di Giacomo, le canzoni ritrovate», iniziativa resistente-conservativa della Fondazione Bideri che, in collaborazione con il conservatorio Nicola Sala di Benevento, ha voluto pubblicare un cd e un album di spartiti che riportano alla luce 17 brani desueti e uno addirittura inedito del poeta della canzone napoletana. Un «autentico lavoro di recupero di memoria canora», rivendica il presidente Ferdinando Villevieille Bideri, affidato agli allievi del corso di «canto per la canzone classica napoletana» dell'istituto sannita che, diretti da Luigi Ottaiano (che firma anche le nuove elaborazioni per voce e piano), hanno dapprima studiato le canzoni in aula e poi le hanno eseguite, in qualche caso registrandole per la prima volta su disco pur se cofirmate da compositori del calibro di Vincenzo Valente («Nzunchete, nzu!», la seconda canzone scritta da SdG), Pasquale Mario Costa («Serenatella»), Enrico De Leva («Lassame sta!»), Eduardo Di Capua («Tiritì, Tiritommolà»), Rodolfo Falvo («No, no.... sì») e Salvatore Gambardella («Nannina Palomma»). Inedita è «Oje pettene», su note di Giuseppe De Gregorio: ritrovata su un manoscritto non databile, anticipa la celebre «'E trezze e Carulina» con una sorta di studio preparatorio, forse una prima stesura. Occhio, anzi orecchio, anche a «Io pe tte moro!», pluripremiata al concorso del Circo delle Varietà del 1893; «Mo' va, mo' vene», «Tarantella scura», «Matalè», esclusa dalla Piedigrotta del 1895 perché pubblicata prima che il concorso si svolgesse; «O punticcio» e Povera Rosa!», almeno per la presenza di Carlo Missaglia, uno degli ultimi chansonnier veraci in attività.

Da segnalare, infine due iniziative sul fronte editoriale: La canzone napoletana di Maria Sole Limodio (Newton Compton, pagine 303, euro 12, prefazione di Teresa De Sio), che ha il merito di tessere il filo rosso dalle origini all'era d'oro sino ad oggi, dedicando metà del volume (troppo probabilmente, ma è evidentemente la stagione sulla quale l'autrice riesce a mettere del suo) al nuovo corso, dalla Nccp fino a Liberato passando per il neapolitan power («i ritornanti»), gli «scugnizzi ribelli» (Almamegretta, 99 Posse, 24 Grana), i neomelodici...

Molto più purista il punto di vista di Vedi Napule e po' mori!, ottavo volume dei Quaderni del centro studi canzone napoletano voluto dalla Fondazione Roberto Murolo: Enrico Careri, curatore con Anna Masecchia, Massimo Privitera, Pasquale Iaccio, Mario Franco, Simona Frasca e Giuliana Muscio si occupano con competenza e passione, ogni tanto anche con vis polemica (si vedano le tirate contro i tenori o la «Tammurriata nera» di Peppe Barra) di Enrico Caruso e Roberto Bracco, la sceneggiata e Nicola Maldacea.

Sia pur a bassa voce, cantaNapoli... canta ancora.

© RIPRODUZIONE RISERVATA