Vinicio Capossela, una canzone ​in memoria di Tiziana Cantone

Sabato 11 Maggio 2019 di Federico Vacalebre
Dopo «Le canzoni della cupa», Vinicio Capossela ha cercato di nuovo riparo e ispirazione a Calitri, nell'Irpiniashire di papà Vito: «Nei mesi passati in quella casa nel paese in abbandono mi sono sentito come un ammutinato che cerca riparo nella bellezza In quel luogo dimenticato, cercavo rifugio da un'epoca pestilenziale, proprio come accadeva ai tempi del Boccaccio», ha raccontato il cantautore a «Vanity Fair» anticipando uno dei temi centrali del suo nuovo album, «Ballate per uomini e bestie», in uscita venerdì prossimo, a risvegliare le acque stagnanti della canzone d'autore italiana, costretta a volare basso dall'onda lunga indie pop.
Fedele al proprio ruolo di cantore scomodo, nel disco Capossela snocciola le sue cronache del medioevo prossimo venturo, e, dopo la Buona Novella impossibile da realizzare del primo singolo «Povero Cristo», azzarda l'affondo feroce di «La peste», scritta, spiegano le note del disco, «in memoria di Tiziana Cantone, immolata sulla colonna infame dell'ultima pestilenza», quella che «corre nella rete, è sangue è orgia è fornicazione individualista e collettiva», specificano i versi.
 
Eccolo, allora, il canto dei monatti che ci/si infettano con le fake news, «la meravigliosa peste virale che tutti ci fa liberi che tutti ci fa uguali... disconnessi al mondo, connessi nella rete». Con ironia sadomaso di battiatesca memoria Vinicio si destreggia tra «porno revenge, everybody is strange, trojan, hashtag, foodporn, pubblico e ricatto la festa del monatto». Eccola la tragica storia di Tiziana Cantone, fragile ragazza di Mugnano di Napoli, suicida nel 2016 per l'onta provocata dai suoi video intimi diffusi dal fidanzato: «Stai facendo il video, brava, brava», si fa più crudele il brano, «ti taggo e ti sputtano. Peste che ti colga fino a che ti ammazzi, selfie, servie, selfie, servie. La peste è nella vita, commenta e condividi».
Tra suoni di celesta e rumori, tra ciaramelle e chitarre elettriche (Marc Ribot), tra tammorre e flauti (Daniele Sepe), il ritornello di «Let's tweet again» non nasconde l'atroce consapevolezza della follia che stiamo vivendo, anche se prova ad esorcizzarlo con una di quelle battute di presunto spirito che ci fanno sentire bene quando le postiamo («ti prendi l'influencer»), con uno degli slogan sovranisti del momento («Prima gli italiani»), con la paura dello straniero-alieno («i musulmani»).

«Onanista immobile col telefono mobile, con lo schermo in mano, ti banno a sangue, ti oscuro e ti sputtano», intona l'uomo della terra dei Coppoloni prima di lasciare che venga la Morte Nera, atroce, oscura nella più malata delle sue canzoni a manovella: «Siamo sicuramente in un periodo di grande pestilenza», ha spiegato sempre a «Vanity Fair». «Rispetto al nostro ieri c'è un mezzo di trasmissione di pestilenze etiche e morali mai sperimentato prima. Un mezzo che si è impadronito di noi. La rete. I social network: tra video virali e influencer, non si può non notare come tutto sia retto da una terminologia epidemica. Per Artaud la pestilenza era liberatoria ed è innegabile che questa democrazia della rete, questo repulisti di competenze, questa curiosità febbrile, sovverta il sistema e restituisca la più sinistra tra le ebbrezze».

In attesa di godersi la settimana prossima le altre «Ballate per uomini e bestie» con le loro ispirazioni spesso letterarie, almeno un altro brano del disco torna parzialmente sullo stesso argomento, sul vivere virtuale che sta sconvolgendo le nostre vite reali, «La giraffa di Imola», anche questo tratto dalla cronaca vera e nera recente: «In una piccola città dove ogni cosa funziona e tutto scorre placidamente, accade un fatto eccezionale: una giraffa scappa da un circo e si muove tra i palazzi. Ma dove accidenti può andare? La filmano, la mettono su YouTube e quella presenza, un essere meraviglioso che infatti desta meraviglia e che nel regno di Carlo X, 190 anni fa, fece impazzire la Francia intera, quasi due secoli dopo appare per quel che è. Un elemento di disordine inconciliabile. Una creatura che a un tratto rende il mondo intorno improvvisamente orribile. È lei a essere fuori posto, e infatti il contrasto è così violento che la sedano in un parcheggio, qualcosa va storto e la giraffa muore. Un simbolismo che è difficile ritenere casuale», spiega Vinicio, impestato come tutti noi dai finti amici sconosciuti con cui passiamo più tempo che con i veri amici che non conosciamo più, che non incontriamo più, che impestiamo tra tweet, hashtag, post, like, sentiment, emoji...
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