Da Blonde sceglie il dream pop

Venerdì 8 Maggio 2020 di Federico Vacalebre
Daniele Napolitano, alias Da Blonde, 2020

Due-tre anni fa il nome di Da Blonde spuntava dovunque si parlasse della scena urban newpolitana. Per un duetto - anche più di uno - con Franco Ricciardi, per un «featuring» - anzi più di uno - con Luche' e poi con Enzo Dong, per un brano - forse l'unico in italiano - nella colonna sonora di «Gomorra». Ma lei già cercava di smarcarsi da quel suono, quella definizione, l'immagine da femminona che qualcuno voleva cucirle addosso. Daniela Napoletano, da sempre la Bionda, per mammà e per gli amici, era altro, voleva fare altro, come dimostra con «Parlo ai cani», ep da oggi sulle piattaforme su etichetta Octopus Records.
Lontana dal linguaggio urban e dalle mode, Da Blonde torna come cantautrice delicata, come bambina cresciuta - ha 38 anni - di un dream pop chitarristico - produce Giuseppe Fontanella, atteso alla reunion dei suoi 24 Grana. Le otto canzoni che ha scritto sono una cesura con quanto fatto sentire prima, anche se «Sensibile», inserita appunto nella soundtrack della serie tratta dal best seller di Saviano, qualcosa poteva farlo intuire: «Sono nata nei club del centro storico, facevo elettronica, scrivevo in inglese, poi ho cercato una mia dimensione usando l'italiano, ma i miei produttori avevano orizzonti che non erano i miei». La Bionda cercava se stessa, cambiava, metteva via il suono di moda del momento, iniziava a scrivere anche le musiche: «Prima scrivevo i miei versi su basi preesistenti», ricorda, «ora siedevo al pianoforte, cercavo un accordo e poi... Poi Peppe mi ha capita e mi ha dato una mano importante, ho sempre amato i 24 Grana». I suoi ascolti sono eterogenei: «Papà ascoltava il soul, mia madre i cantautori, da De André a Battisti, che per me è il massimo. Per me la musica non è chiusa nei generi, non so che genere faccio, a chi assomiglio, chi può avermi ispirata. So che è quello che voglio fare, anche se non mi dà ancora da vivere, anche se per inseguirla ho fatto di tutto, dalla commessa in poi».
Ma chi è allora Da Blonde, quale è il «vero» suono della Bionda? Intimo, ripiegato, chitarroso lo abbiamo già detto, delicata come Meg, sensibile come Carmen Consoli, ma più sognante, dream pop appunto: «Si, dream mi piace», conferma lei, che in «Abbai» spiega di parlare davvero con i cani, da cui il titolo del lavoro: «A volte, anzi molto spesso, mi sento incompresa dal genere umano. E trovo pacificazione solo nella natura, nel rapporto con gli animali, piantando una rosa, aspettando la pioggia che arriva». Melodica, al confine con l'indie pop, eppure più corposa, meno evanescente, spesso cupa ma mai ripiegata, essenziale: «Quando avevo meno di 30 anni mi raccomandavano di non dichiarare mai la mia vera età, di dire che ne avevo 25 al massimo», ricorda, «e questo mi metteva a disagio. Non avevo mai avuto problemi con la mia fisicità, nel giocare con la mia immagine, ma volevo di più dalle canzoni, volevo emozionare me stessa innanzitutto, per poter poi emozionare chi mi ascolta». Ecco, allora queste ballate minimalistiche in cui gli amori sono un «Ricordo», un'andata a mare insieme, un sottile dolore, una ricerca notturna bar dopo bar, drink dopo drink, sino a dimenticare le chiavi da qualche parte, visto che non si riesce a dimenticare se stessi. Dream pop non rinchiuso in una cameretta adolescenziale, anzi, capace di chiedere «toccami dove fa male, piano però», come di farsi ispirare da «Beatrice», la nobildonna di via Foria, troppo elegante per le borse - e la vita - che si trascina appresso come un peso inevitabile.
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