1970, le session di Dylan con George Harrison

Domenica 24 Gennaio 2021 di Federico Vacalebre
George Harrison e Bob Dylan, 1970

È come spiare dal buco della serratura Marilyn Monroe che si spoglia, come vederla all'opera nei provini dei film che non ha girato, come osservarla mentre prepara questo o quel personaggio che l'ha resa famosa. Forse è questo, solo questo, il modo di spiegare l'attesa che il popolo dylaniano e dylaniato ha per «Bob Dylan - 1970», triplo cd (nei negozi il 25 febbraio) dedicato alle session discografiche in cui, ormai 51 anni fa, nacquero due dischi come «Self portrait» e «New morning», non di primissima linea nella discografia dell'uomo che ha messo l'arte nel jukebox (copyright by Allen Ginsberg) prima di vincere tutto quello che un uomo può vincere (escluso il Tour de France e i mondiali di calcio): Nobel, Oscar, Pulitzer, Grammy, Golden Globe, la medaglia presidenziale della libertà e il Kennedy Center Honor in Usa, il nastrino da commendatore delle arti e delle lettere e quello della Legione d'onore in Francia, il Premio Principe delle Asturie in Spagna...
Pubblicato in edizione limitatissima, e subito esaurita, nella serie «50th anniversary collection», il cofanetto era richiestissimo soprattutto per le registrazioni della mitologica jam session dell'1 maggio, con George Harrison, che conoscevamo prima solo per quelle «Time passes slowly» e «Working on a guru» pubblicate nel 2013 in «Another self portraits», decima pubblicazione delle «Bootleg series»: qui il contributo del baronetto non era proprio dei più determinanti.
Ora, invece, spiando Marilyn mentre si spoglia, pardon, sua Bobbità mentre crea il suo futuro oggi divenuto passato... finiamo risucchiati in una macchina del tempo, come dopo aver assaggiato una madeleine proustiana alla ricerca della canzone perduta. Bob aveva deciso di lasciarsi alle spalle abiti che gli andavano stretti, con «Nashville skylyne» si era gettato nel country, qui cercava di prendere le misure ai tempi che non stavano cambiando come aveva(mo) creduto. La testimonianza che arriva dalle sedute di registrazione del 1970 (3-5 marzo, 1-5 giugno, 12 agosto le altre date) è preziosa. Settantaquattro tracce: ci sono prove, versioni alternative, errori, brani ripetuti sino allo sfinimento (5 volte «Went to see the gipsy», otto «If not for you», poi incisa proprio quell'anno da Harrison in «All thing must pass»). Ci sono cose inascoltabili come la beatlesiana «Yesterday» (qui George non c'era, per fortuna), strumentali senza titolo di cui poi si sono perse le tracce, traditional, cover più o meno, sorprendenti: «Universal soldier» di Buffy Sainte-Marie (ricordate la versione di Donovan?), «Thirsty boots» di Eric Andersen, e purissimi american graffiti come una divertitissima «Come a little bit closer» (Jay and the Americans, 1964), «I met him on a sunday (ronde-ronde)» (Shirelles, 58); il country di «(Ghost») Riders in the sky» (48), «Alligator man» (62), «Long black veil» (59) e «I've forgot to remember to forget» (Elvis Presley, 55); «Cupid» (Sam Cooke, 61), «Jamaica farewell» (Harry Belafonte, 57), «Can't help falling in love» (Elvis Presley, 61)... Ecco, davvero qui la Monroe si sta sfilando..., pardon, davvero qui Dylan ci mostra le sue passioni musicali, cosa ascoltava, cosa suonava prima di scegliere la versione da mettere su vinile di «Day of the locust», scritta quando l'università di Princeton gli conferì una laurea honoris causa parlando di lui come «la coscienza della giovane America» senza mai nominare però la sua musica.
Ma torniamo alla coppia Dylan-Harrison: sciolti i Beatles, George si preparava al terzo lp solista, «All thing must pass» (30 novembre 1970), appunto, e al «Concert for Bangladesh» (71) in cui avrebbe coinvolto anche l'amico Bob. I due dividono «One to many mornings», «Gates of Eden» e «Mama, you been on my mind») ma anche «All I have to do is dream» degli Everly Brothers (58) e «Matchbox» di Carl Perkins (57, già ripresa dai Fab Four), come a cercare un linguaggio comune nella musica che era venuta prima di loro, che li aveva ispirati. George canticchia (ma si sente poco, magari nei cori di «It ain't me baby»), suonicchia la chitarra (che si sente di più), sorride (immaginiamo) di fronte all'uomo che aveva cambiato il corso (anche) della band più famosa di Gesù Cristo (copyright by John Lennon), e non solo passandogli il primo spinello della loro vita (era il 28 agosto 1964 al Delmonico hotel di Manhattan: lui e il gruppo si incontravano per la prima volta).
Marilyn è nuda, prova un film mai girato, si sistema sulla grata su cui il vento le alzerà la gonna... Pardon, è di sua Bobbità che stiamo parlando, ma ci siamo spiegati: siamo dietro le quinte della storia, del mito, di Dylan.
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Ultimo aggiornamento: 19:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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