Peppino Gagliardi: «Gli 80 anni?
Confesso di aver vissuto»

Lunedì 25 Maggio 2020 di Federico Vacalebre
Peppino Gagliardi
Non ditegli che oggi compie gli 80 anni: lo scugnizziello che si bea di essere ancora vi risponderebbe: «Diciamo che faccio due volte 40 anni, ma in euro sono la metà, come rispetto alla lira. E avrò 18 anni fino alla fine». Peppino Gagliardi festeggia in lockdown nella casa romana, «non so se mi lascerò convincere dai miei figli, Massimiliano e Davide, a uscire per festeggiare con loro, di sicuro il mio più grande desiderio è fare una corsetta con i miei nipotini, Cristiano, 9 anni, e Alice, 7. Arriverei terzo, già lo so, ma la cosa più bella sarebbero gli abbracci e i baci a fine gara», confessa.
Non chiedetegli nemmeno di fare bilanci, «perché il tempo è uno strano signore che mi passa accanto e non mi saluta nemmeno, così ho deciso che non gli rivolgo più la parola». Tanto, poi, l'uomo di «Che vuole questa musica stasera», «Settembre» e «Come le viole» apre volentieri il cascione dei ricordi, dà voce alla sua «memoria smemorata»: «Ho avuto un'infanzia spensierata nella zona di piazza Carlo III fino ai 13 anni, poi mio padre fallì e io mi ritrovai a imbracciare la fisarmonica, allora più grande di me anche se non è che poi sia molto cresciuto, e a suonare a matrimoni, cresime comunioni».
Il «maestrino», come lo chiamavano, viene scoperto per caso a una festa nel suo palazzo: lo ascoltano degli orchestrali che rimangono a bocca aperta e poi vanno dalla madre e propongono di portarlo con loro: «Lo prendiamo, ve lo riportiamo a casa e lo paghiamo pure»: «Mammà quando sentì parlare di soldi rispose: Veramente?. Ed io iniziai ad andare con loro, c'era un violinista che era convinto delle mie qualità e mi diede la possibilità di iniziare la mia avventura».
Nei night e alle cerimonie il «ragazzino con la fisa» fa esperienze di vita e di musica: «Io suonavo, cercavo di spingere i miei colleghi ad osare qualcosa di più della solita routine con cantanti da cerimonie magari stonati. A fine serata, anzi nottata, quando tutti stavano andando via, cantavo qualche pezzo, giusto per noi, cose come "Chiove", avevo già uno stile tutto mio, personale. E succedeva che le entreneuse mollavano tutto, compresi i marinai americani che stavano circuendo, per sedersi ai miei piedi ad ascoltarmi. Il padrone del locale notò il fatto e mi chiese di cantare anche per il pubblico».
Il suo primo 45 giri, «'A voce e mammà», del 1962, passa inosservato, non così il secondo: «Io ascoltavo Ray Charles e Joe Tex, avevo grandi sogni, ma non certo quelli del successo, dei dischi, dei festival di Napoli e di Sanremo. Quando nel 63 uscì T'amo e t'amerò camminavo per via Toledo e da tutti i negozi si sentiva la mia canzone. Pensavo: ma come mi vogliono bene tutti, non capivo che stava succedendo qualcosa. Poi si mossero discografici ed editori, persino lo scugnizziello Gagliardi capì che alla gente piaceva, che cantare poteva essere il suo mestiere».
Il resto è la cronaca di un exploit che costrinse gli addetti ai lavori a cercare una definizione per il suo stile, approdando a quella, alquanto improbabile, di «cantore dell'amore nevrotico», che non riuscì a dire del suo canto insieme melodico e innovativo, oltre che nasale, delle sue sonorità pastose, della sua voglia di nuovo pur nel solco della tradizione. E la festa per gli 80 anni di oggi? «Sarà pura gioia. Confesso di aver vissuto, suonato, cantato, amato... Oggi ho una donna che mi tratta come n'angiulillo, anche se la faccia da angioletto proprio non la ho. Mi manca un po' Napoli, vediamo quando passa sta pandemia...».
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