Serio, Hengeller & Company:
«Piano Napoli con voci veraci»

Martedì 24 Novembre 2020 di Federico Vacalebre
Lorenzo Hengeller, Gigi D'Alessio, Franco Ricciardi e Elisabetta Serio

Quando Elisabetta Serio e Lorenzo Hengeller mi hanno accennato per la prima volta di questo progetto eravamo a pranzo, c'era il sole, le polpette di melanzane erano buonissime, la birra gelata e di Covid-19 nessuno aveva mai sentito parlare. L'idea era curiosa e intrigante: «Vogliamo fare un disco con i nostri due pianoforti e le voci della Napoli di oggi, vogliamo rileggere con i protagonisti dei brani che amiamo molto, che rappresentino la città che fa musica al presente, non solo al passato», programmavano senza saper bene come trasformare il sogno in realtà.
Un paio (?) di anni dopo, e con una pandemia in mezzo, i due hanno trasformato il tutto in un gran bel cd, «Piano Napoli», in uscita venerdì 27 per la Sony. Già, perché a scommettere su di loro è stato Gigi D'Alessio, che ha messo a disposizione della coppia il suo studio di registrazione, i suoi pianoforti, i suoi rapporti discografici. «Tra pianisti ci si intende», spiega lui, che stavolta non si è seduto dietro la tastiera. «Il pianoforte e la nostra città si somigliano moltissimo: entrambi hanno in sé varie sfumature di colori, differenti timbriche, dinamiche leggere e gravi. Non alzano mai barriere di alcun genere, mescolano e fanno convivere gli opposti», spiegano i due. Per chi non li conosca ancora, Eli è una jazzista che ha accompagnato Pino Daniele nei suoi ultimi anni, Lorenzo un «giovanotto matto» neoswingante e complice di avventure di Stefano Bollani, anche lui coinvolto in questo disco, anche lui solo come cantante, di «Microchip», un suo divertissement partenopeo tratto dall'album «Arrivano gli alieni».
La struttura del cd è semplice: tutti gli ospiti cantano il loro brano «nudi sotto la pioggia», al centro tra due pianoforti, senza sovraincisioni, senza altri strumenti (c'è solo D'Alessio che impugna una fisarmonica). Eli è più lirica, eurocentrica. Lorenzo più ironico, più attento al ritmo. Eccoli al servizio di Raiz e di «Nanninella», scugnizzella maltratta dalla vita, accarezzata dai testi e dalla carnalità estrema della voce degli Almamegretta. Un altro storico gruppo campano, gli Avion Travel, presta Peppe Servillo e la madeleine di «Primo amore», fuga da un matrimonio svogliato, da un certificato di verginità, da una prigione sentimentale di provincia. Le punteggiature carosoniane sono di Hengeller, lo «staccato» del maestro gli è caro da sempre, gli spleen blues sono della Serio, spuntano anche in «Chiove», uno dei brani migliori della prima produzione neomelodica di D'Alessio. La voce lascia spazio, naturalmente, a digressioni strumentali, che non sono però sterili assoli, quanto improvvisazioni, minicomposizioni istantaneee, arricchimenti del tema, mai tradito, si senta il Concato di «Canzone di Laura», scritta nel 1992 con Pino Daniele. Si senta che cosa diventa il rap gomorrista di «Malammaore» (Luche'), la rilettura più scabrosa e illuminante, o, al contrario, la delizia melodica di «Senza voce» (Enzo Gragnaniello), tra mare e tufo, Chopin e Monk, se mai fossero nati in via Trinità degli Spagnoli.
Come nel caso dell'ex Co'Sang, «Uommene», di e con Franco Ricciardi, è tra i brani rifondati dai due napopianisti, divertiti dall'azzardo armonico permesso da costrutti urban, abituati a valorizzare più il ritmo e le cadenze delle melodie, e capaci di riempire di blues metronapoletano i vuoti delle tessiture senza esagerare, con discrezione, oltre che con ispirazione e tocco sicuro, come rivelano ancor di più i due originai, «April» della Serio e «Mixed by Erry» di Hengeller, che ha messo in musica e parole la storia del più famoso falsario di cassette.
«Reinterpretare brani di artisti napoletani contemporanei restituisce un presente, un hic et nunc che spesso viene dimenticato. È come se ciò che fu acquistasse sempre più valore man mano che ci si allontana, mentre ciò che è, per quanto vivo, sia più difficile da interpretare, almeno nell'immediato. Questo disco è quindi un tentativo di interpretazione del presente, una virgola in un mare magnum di note e parole, dove il classico solenne riposa. La sensazione è che siamo noi i posteri del futuro. La sensazione è che bisogna osare», chiosa Eli. Mentre Lorenzo ringrazia D'Alessio, «un visionario, uno che osserva ciò che accade con un'insolita e umile curiosità, per aver creduto in un progetto che abbatte le barriere di genere». Conclusioni? Pietra Montecorvino canta «Sud», blues veracissimo per una voce e due pianoforti.

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