Pino D'Angiò dopo i tumori: «Jazz, donne e altre storie»

Pino D'Angiò 2020
Pino D'Angiò 2020
di Federico Vacalebre
Domenica 15 Novembre 2020, 16:31 - Ultimo agg. 18:34
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Tra le date più probabili di nascita del rap italiano c'è il 1980, anno d'uscita di «Ma quale idea», funkettone che campionava la linea di basso di «Ain't no stoppin' us now» del duo McFadden & Whitehead mentre il flow - ma allora non lo chiamavamo così - di Pino D'Angiò - all'anagrafe Giuseppe Chierchia (Pompei, 14 agosto 1952) - faceva lo sbruffone da discoteca, vantando conquiste inesistenti. Come continua a fare nell'inatteso album del ritorno, «Jazz donne fragole & ombrelli», in cui canta versi come «Smettila, tanto lo so che ci stai» o, per confermare il machismo («autoriconico, però») di sempre, «tu sei bellissima, del tutto inutile, col tuo cervello di gallina». Canzoni roche, intonate con una sola corda vocale, quella sopravvissuta alle sigarette fumate sempre anche in scena, sei operazioni di cancro alla gola, un tumore polmonare, un sarcoma, un infarto e un arresto cardiaco.

Canzoni che guardano a Paolo Conte («Il domatore», «Slow»), ma anche a Fred Buscaglione («Poker»), a Fred Bongusto («L'ho conosciuta»), che magari avrebbero meritato qualche strumento vero in più in fase di registrazione.
«Canzoni smargiasse, che svelano una mia antica passione, quella per il jazz, che ho lasciato emergere perché, tanto, non ho più niente da perdere, da nascondere. Anzi canzoni da smargiasso di periferia, che si finge il latin lover che non è. Certe frasi maschiliste oggi potrebbero costarmi care, ma spero si capisca quanto sarcasmo, quanta autoironia ci sia dietro».

Beh, dongiovanni lo sei stato negli anni d'oro.
«Certo, si cuccava, ma mi sono divertito di più da ragazzo che da artista di successo, quando venivano con me per il successo, più che per l'artista o per l'uomo».

Un disco dopo dieci anni, come mai?

«Ho dovuto combattere con il male e non credevo di poter essere ancora in grado di cantare. Mi è rimasta una sola corda vocale, ho fatto anni di esercizi, poi ci ho provato».

Potevi sempre ripartire dal rap.
«Ma no, non mi piaceva copiare da me stesso, cosa che peraltro avevo già fatto all'epoca e, poi, oggi lo fanno tutti il rap, chi si sarebbe mai accorto di me? Ma quale idea funzionò perché era una novità, nello stile vocale, il rap appunto, nel sound danzereccio, nell'ironia della narrazione: sembravo il ragazzino che finge di averle rimorchiate tutte e, invece, è rimasto a bocca asciutta».

Veniamo al titolo: il jazz lo abbiamo sistemato, delle donne abbiamo già detto. Ma le fragole?
«Fanno colore, portano allegria, sono il contrario delle donne».

In che senso?
«Il sesso femminile porta guai, le fragole solo buoni sapori».

Acidino? E l'ombrello?
«Beh nella vita bisogna sapere sempre come ripararsi, e poi c'è una canzone che parla di una donna conosciuta in una notte senza noia, piovevano fulmini di gioia».

Insomma i testi guardano alle tue «poesie a bocca chiusa».
«Le avevo inventate per allungare il brodo di un mio programma notturno radiofonico, ma scoprii che piacevano e così...».

«Ma quale idea» secondo Wikipedia ha venduto dodici milioni di copie nel mondo, conquistando persino un dj come Bob Sinclair che la cita tra le sue «reference» italiane, con Pino Daniele.
«Quel pezzo ha fatto davvero il giro del pianeta, e io con lui: Francia, Spagna, Germania, Argentina, Stati Uniti, Giappone, Sudamerica, Russia...».

L'album, per ora in rete, tra un paio di settimane disponibile anche su supporto fisico, è un modo per dire che hai sconfitto il tumore?
«La malattia? Per adesso stiamo sette a zero per me, ma prima o poi vincerà lei. Non so come sono sopravvissuto, per fortuna: non lo dico per me, ma per mio figlio, non me lo meritavo e me lo godo finché sarà possibile».

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