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Dylan, dietro le quinte
di un Nobel sacrosanto

Venerdì 14 Ottobre 2016 di Federico Vacalebre
Dylan, dietro le quinte di un Nobel sacrosanto

Quello che da ieri è, finalmente, un letterato laureato con il Nobel, quello che oggi leggeremo chiamare con desueta definizione «menestrello», ieri sera stava ancora una volta rinnegando se stesso e la propria leggenda: Bob Dylan, ex profeta di rivolta e rivoluzione, se la rideva sotto i baffi canuti in un casinò di Las Vegas. Se caso ha voluto che la sua incoronazione coincidesse con la morte di Fo, quasi a unire i due «letterati anomali», la scelta di Sua Bobbità di spendere la vita in un «neverending tour», l’ha portato all’appuntamento cruciale su un palco più adatto al Sinatra da lui cantato nei suoi due ultimi spiazzanti album, «Fallen angels» e «Shadows in the night», che all’autore di «Blowin’ in the wind».

E, proprio come uno straniero-ombra nella notte, l'unico uomo che abbia vinto oltre al Nobel un Oscar (nel 2001, per la canzone «Things have changed», dal film «Wonder boys») ma anche un Pulitzer, un Polar e diversi Grammy, ha mandato avanti il suo portavoce («non ha un commento immediato»), mentre improvvisamente andavano a ruba i biglietti rimasti invenduti sino a quel punto per la platea del Cosmopolitan. Mentre il piccolo mondo antico letterario, più in Italia che nel resto del mondo, si divideva sulla liceità della scelta di Stoccolma, e il piccolo mondo diversamente antico della canzone d'autore, anche qui più in Italia che nel resto del mondo, applaudiva come se fosse una vittoria di categoria, il mistero buffo del settantacinquenne uomo di Duluth si imponeva così anche alle nuove generazioni, quelle a cui solo apparentemente non ha cambiato la vita.

Già, perché lui la letteratura - e l'immaginario collettivo planetario - l'ha scritta con e nella sua voce, scolpendo il suo nome e i suoi versi e il suo sound nei sogni e nei bisogni di diverse generazioni. Allen Ginsberg, che il Nobel non l'ha avuto, spiegò: «Bob ha messo l'arte nel jukebox», e forse l'unica colpa dell'Accademia reale sta nel fatto di averlo premiato troppo tardi, non nell'averlo preferito a scrittori del calibro di Roth, DeLillo o Pynchon. E Springsteen, uno dei pochi ad essere sopravvissuto al lancio da «nuovo Dylan», rilanciò: «Bob ha liberato le nostre menti nello stesso modo in cui Elvis ha liberato il nostro corpo. Ci ha dimostrato che il fatto che la nostra musica abbia una natura essenzialmente fisica non significa che non possa far funzionare il cervello».
Il Novecento - suoni, letteratura, cinema, costume giovanile, impegno sociale e poi disimpegno totale - non sarebbe stato lo stesso senza di lui. Persino i Beatles e i Rolling Stones divennero davvero i Beatles e i Rolling Stones solo dopo che nei suoi dischi alle immagini paradossali furono abbinate elettriche cavalcate chitarristiche: senza Bobbissimo non sarebbero arrivate «Strawberry fields forever» e «Get off my cloud». L'uomo che Baricco (Baricco chi?) vorrebbe non essere all'altezza del Nobel ha (re)inventato la figura del singer-songwriter (cantautore nel Belpaese) decidendo strumentalmente di ispirarsi all'hobo comunista Woody Guthrie mentre si esibiva a Denver in un locale di spogliarelliste; ha inventato il folk rock («Bringing it all back home», 1965); ha inventato il videoclip («Subterranean homesick blues», ancora 65); ha inventato suo malgrado i bootleg («Great white wonder», 69); ha permesso al 45 giri di andare per la prima volta oltre la durata della canzonetta commerciale («Like a rolling stone», sempre 65, oltre sei minuti); ha firmato il primo album doppio della storia del rock («Blonde on blonde», 66).
Ma, in realtà, ben altri sono i suoi meriti, custoditi in una discografia densa e studiata, in ogni angolo del mondo, da esegeti che si dicono dylaniani quanto dylaniati, che sanno quanto di Shakespeare (a volte al limite del plagio) e di Bibbia, ci sia nei suoi «trapianti sonori», nel suo assalto al cielo dei beat e dei simbolisti francesi, nei suoi inni di protesta, nei suoi talkin' blues surreali, nella profondità con cui seppe raccontare una generazione, la sua, per poi evitare di restare ingabbiato nel ruolo di portavoce di quel movimento che scavava nella sua immondizia per capire da che parte avrebbe soffiato il vento. Ma le domande sono rimaste senza risposta, soprattutto se rivolte a lui, ebreo e cristiano rinato, folksinger con la chitarra acustica e rocker elettrico, cantastorie e ermetico poeta senza causa nè pausa, rivoluzionario e nostalgico dell'America e della musica dei vecchi bei tempi. Sognando di diventare Presley, il camaleonte Robert Allen Zimmerman scelse il suo nome d'arte ispirandosi (forse) all'inglese Dylan Thomas, poi usò la sua ugola da rospo e da coyote per dissezionare l'incubo americano, altro che sogno a stelle e a strisce.
«Io vedo cose che gli altri non vedono», la sparò grossa una volta, «qualche volta riesco a dissolvermi nell'invisibile», corresse il tiro con il solito ghigno. Di sicuro ha scritto, cantato, suonato, brutalizzato cose che nessun altro ha scritto al suo pari, affrontando temi e scegliendo stili che poi hanno influenzato il mondo: della musica, della letteratura, del cinema, dei costumi, tanto per rispondere ancora alle polemichette di giornata. Quelli del Nobel, sia pur con ritardo epocale e nel secolo sbagliato, l'hanno premiato «per aver creato una nuova espressione poetica nell'ambito della tradizione della grande canzone americana». E poi, nelle parole di Sara Danius, segretaria permanente dell'Accademia svedese, l'hanno paragonato a Saffo, persino a Omero. Confronti improbabili a parte, i suoi versi sono corsi di bocca in bocca, sono stati tradotti in ogni lingua e dialetto, accompagnati da una musica - quella degli antichi poeti greci è andata perduta - che è parte fondamentale, come la sua interpretazione vocale, della sua caratura artistica di gigante del Novecento. Lui - sommo rocker e singer-songriter prima ancora e meglio che letterato da Nobel - che diceva ai «Masters of war» di poter vedere attraverso le loro maschere di potenti impotenti. Lui che con tono insieme biblico e movimentista profetizzava piogge acide («A hard rain's a-gonna fall»: «E dove sei stato, figlio mio dagli occhi azzurri?/ Dove sei stato, mio caro ragazzo?/ Ho inciampato sul fianco di dodici montagne brumose,/ Ho camminato strisciato su sei strade tortuose/ Sono andato dentro a sette cupe foreste,/ sono stato davanti a una dozzina di oceani morti,/ mi sono addentrato per diecimila miglia in una tomba». Lui che prevedeva che i tempi sarebbero cambiati: «Venite madri e padri/ da ogni parte del Paese/ e non criticate/ quello che non potete capire/ I vostri figli e le vostre figlie/ sono al dì la dei vostri comandi/ la vostra vecchia strada/ sta rapidamente invecchiando./ Per favore andate via dalla nuova/ se non potete dare una mano/ perché i tempi stanno cambiando» («The timeys they are-a changin'»). Lui che si è corretto da solo: «Ero solito preoccuparmi, ma le cose sono cambiate» («Things have changed»), confessando che le cose non erano cambiate come pensava un tempo. Lui che ci ha fatti sentire come una pietra che rotola («Like a rolling stone») nell'epocale perfezione del riff e delle liriche e della voce coltello nelle ferite, sasso portato a valle, sino a diventare valanga che travolge. Lui che ha fatto la guardia lungo le torri di guardia («All along the watchtower») lasciando alla sei corde di Hendrix la possibilità di fare meglio - cosa più unica che rara - del suo autore. Lui che ha cantato l'epopea western bussando alle porte del cielo («Knocking on heaven's door»).
Da «Jokerman» a suo agio tra Sodoma e Gomorra, da perfetto ex mister tamburino forse, ridendo anche del Nobel come di se stesso, ieri ha pensato sulle note di «My back pages»: «Ah, ma ero molto più vecchio a quei tempi/ Sono molto più giovane ora».
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Ultimo aggiornamento: 15:04