Fedez, pop «disumano» ma non troppo. E formato famiglia

Sabato 27 Novembre 2021 di Federico Vacalebre
Fedez, pop «disumano» ma non troppo. E formato famiglia

Un disco come «Disumano» mette Fedez al centro di un mucchio selvaggio di coautori, produttori, collaboratori: Dargen D'Amico, Achille Lauro, Orietta Berti, Tedua, Cara, Tananai, Crookers, Myss Keta, Speranza, Francesca Michielin, d.whale, Dade, Michelangelo, Nic Sarno, Ted Fresco. Un'opera collettiva, in cui il marketing è considerato alla stregua delle rime e dei suoni, in cui l'ironia e il prendersi troppo sul serio sono due facce della stessa medaglia, in cui le vecchie categorie di valutazione di un album sono moneta fuori corso.

Nulla di nuovissimo, sia chiaro, quando in «Mi sto sul cazzo» il tatuatissimo protagonista canta (si fa per dire) «Una riunione in Sony e m'è venuto sonno come imparare la vita guardando i film porno», viene in mente Claudio Lolli, sempre sia lodato, di «Autobiografia industriale»: «Il primo giorno che ho messo un piede alla Emi, mi hanno guardato, sembravano tutti un po' scemi». L'arte del dissing è stemperata, i bersagli sono l'ex socio comunista col Rolex («Non lo sapremo mai tipo l'ultima cena veramente chi c'era. Siam davvero convinti che fossero amici, come ai tempi di J-Ax», suggerisce «Stupido stupido») ma anche Bocelli e i Maneskin («Il giorno dopo ci fanno le analisi, tranquilli mio marito è anziano ed è più pulito di Damiano» s'incarognisce parlando di droghe «La cassa spinge», tra i brani più scapocchioni e riusciti). Il modello Jovanotti, sia pur in versione meno ecumenica, è dietro l'angolo, quasi che l'approdo pompieristico di chi ha iniziando incendiandosi di rap sia inevitabile, come il buonismo suggerito dalle dediche alla figlia Vittoria («Meglio del cinema») e alla moglie Chiara Ferragni («Leggeri leggeri»), le concessione ipermelodiche e iper-ritornellistiche dei tormentoni «Mille» e «Chiamani per nome», l'omaggio a Robert Miles di «Bimbi per strada (Children)». 

La carica polemica di «Un giorno in pretura» è svanita rapidamente, anche perché è difficile distinguere il j'accuse politico, sacrosanto, dalla campagna pubblicitaria orchestrata con diabolica predeterminazione. Nel mirino ecco il leader di Italia Viva: «Io e mia moglie siam tutti esauriti, tutti i desideri esauditi. Come Renzi quando si è preso ottantamila petroldollari sauditi (Ahi!)». E ancora: «Un ex-premier che fa complimenti sotto dettatura, a una cazzo di dittatura. Che cattura e taglia la testa ai gay perché contro natura (Rinascimento)». E quella di Fratelli d'Italia: «La Meloni che grida allo scandalo: boicottate la mafia di Amazon, e comprate il mio libro Io sono Giorgia. Oddio ma è primo su Amazon!». E il partito di Salvini: «E pensare che l'eutanasia in Italia sembrava una cosa utopistica. Quando per morire ti basta dare un pugno in faccia ad un assessore leghista». A tentare di fare esplodere di nuovo le polveri bagnate arriva il videoclip, affidato alle caricature militanti di Vauro, comunista senza Rolex.

«Mi sto sul cazzo» chiude il disco, uscito a due anni dal mezzo passo falso di «Paranoia airlines», quasi prendendo le distanze dal Fedez pubblico per ritornare al trentaduenne Federico Leonardo Lucia da Milano, 32 anni, ma sembra ormai impossibile resuscitare il secondo a discapito del primo: «Un selfie allo specchio e mi sto già sul cazzo però c'ho due figli così non mi ammazzo». 

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Ma, davvero Fedez gioca in un altro campionato, quello della comunicazione totale, dove il pamphlet politico si traveste da spot, e viceversa, si intende. Così, tra un suono trap ancient regime e un approdo al pop senza se e senza ma, il rap resta ai margini («Fede e Speranza»), come le parole scomode davvero: «Non si dovrebbe, la droga nelle felpe/ Però nemmeno sberle ad uno che è già in manette, no/ Non si dovrebbe lasciarlo in un call center/ in debito per sempre/ Non vedi che è solo un ventenne?». Citando Giulio Regeni e Federico Aldovrandi, Fedez cavalca una battaglia sacrosanta, le regala una visibilità inattesa: quella visibilità che sua moglie regala a un museo quando ci mette piede, quella visibilità - che si traduce in incassi garantiti - che la coppia Ferragnez dona a tutto quello che tocca, dai cioccolatini alle creme cosmetiche alle canzonette di consumo immediato. I dieci milioni raccolti per i malati in terapia intensiva e per i lavoratori dello spettacolo sono un risultato, e una clava usata contro i critici. I cartelloni elettorali affissi per lanciare l'operazione «Disumano» erano dei fake, certo, ma è con i fake, Trump e Putin lo insegnano, che si fa politica oggi. Sarà «Disumano» ma è così. Parola di Fedez. 

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