Il principe e lo scugnizzo: De Gregori e D'Angelo cantano «Tammurriata nera»

Giovedì 27 Novembre 2014 di Federico Vacalebre
Francesco De Gregori e Nino D'Angelo (Alessandro Pone per Newfotosud)




L'uomo col cappello e quello senza giacca e cravatta si abbracciano come vecchi amici: «Maestro», si dicono l’un l’altro. L’amicizia tra Francesco De Gregori e Nino D’Angelo in realtà non è di antica data, galeotto fu, qualche anno fa, Mimmo Paladino: «Una volta è venuto a cena a casa mia portandosi dietro Nino», racconta l’autore di «Viva l’Italia». «Conoscevo l’artista che stimavo per le sue canzoni, ma ho scoperto un narratore eccezionale, simpaticissimo.



Ha tenuto banco tutta la sera, così quando ho deciso di presentare anche a Napoli il mio doppio album ”Vivavoce” ho voluto avere al mio fianco un simbolo verace e profondo della città, di una cultura che per me è affascinante quanto misteriosa».



D’Angelo si gode l’abbraccio dei fans degregoriani alla Feltrinelli, qualche anno fa sarebbe stato impossibile: «Difficile per uno che fa il mio mestiere stare accanto a Francesco, mi emoziona. Però devo dirvi una cosa: lui è un grandissimo autore di canzoni, un poeta direi se non detestasse la definizione. Ma come cuoco è persino meglio».



«Vivavoce» raccoglie 28 brani del principe riletti, risuonati, «rivissuti: sono cambiati con me, cresciuti, invecchiati, migliorati, forse peggiorati. Sentivo da anni la voglia di un’operazione del genere», spiega De Gregori, «dove il compito mi è sembrato troppo difficile ho chiamato in soccorso qualche amico: a Ligabue ho chiesto di dividere ”Alice”, altrimenti troppo cantautorale, l’ho scritta che non avevo nemmeno vent’anni, curvo sulla mia chitarra, convinto di dover affrontare il dolore cosmico come un novello Cesare Pavese; a Nicola Piovani un nuovo arrangiamento per ”La donna cannone”, per me altrimenti intoccabile».



D’Angelo, scatenato, veste i panni del recensore: «Di solito non amo le riletture, le autocover mi fanno pensare alle donne siliconate. Ma tu qui hai trovato un suono americano moderno, senza dimenticare le radici della nostra melodia, che mi piace. Tra i pezzi tuoi che preferisco c’è, da sempre, ”La leva calcistica della classe ’68”, bellissima anche in questa nuova versione. Da appassionato di calcio, che poi è metafora di vita, ho sempre invidiato quei versi sul cuore riposto dentro le scarpette. Ma in questo disco c’è un brano che non conoscevo, ”Il futuro”, cupissimo, straordinario. Quando l’hai scritto?».



Francesco si illumina di intenso: «È una traduzione di un pezzo di Leonard Cohen, uno dei songwriter a cui ho guardato sin dagli esordi, oltre a Dylan, naturalmente. È del ’92, una profezia visionaria su un futuro che io dipingo di nero ma che lui definisce tout court come ”omicidio”, quasi anticipando la guerra, il dolore, la globalizzazione, la perdita di punti di riferimento che abbiamo vissuto. Pochi giorni fa un ragazzo, dopo averla ascoltata, mi ha detto: ”Certo che ci consegnate un bel mondo, un bel futuro”. All’inizio mi sono difeso: ”Non l’ho scritta io”. Poi ho ragionato: ”Le allegorie sanguinolente di Goya non sono la realtà, ma una sua proiezione artistica, vale anche per l’affresco pessimista del grande cantautore canadese. Personalmente ho scritto una canzone ben più ottimista, ”La ragazza del ’95”, che non è in questo disco: la protagonista oggi avrebbe meno di vent’anni, per lei immagino un domani ben più luminoso, anche se canto ”il futuro è un dovere”. Ecco, difendiamo i diritti, sono sacrosanti, ma le nuove generazioni devono scoprire anche i propri doveri».



De Gregori ha incontrato Cohen: «Era un mio mito, lo andai a trovare a Roma in camerino prima di un concerto, mi aspettavo un guru. Lo trovai con la camicia sbottonata, un bel panzone mentre mangiava un trancio di pizza». D’Angelo non perde botta: «A me è successa una cosa simile, una volta in una casa di Brooklyn, a pranzo con Mario Merola. Non potevamo mangiare niente, mi avevano spiegato, fino a che non arrivava tal Franchino. Avevo fame, protestai rumorosamente, poi rimasi muto: si era appena seduto a tavola Frank Sinatra».

Così vicini così lontani, Francesco & Nino si divertono un mondo a fare ditta insieme.



Nei camerini accennano persino a «Tammurriata nera», davanti ai fans il principe si ritrae: «Non posso cantare in pubblico in napoletano, i miei modelli sono Bruni, Murolo, D’Angelo, non posso osare. Dalla, con cui ho diviso periodi importanti della mia carriera, poteva farlo: lui poteva cantare tutto, io no. Nel tour con Daniele, Ron e la Mannoia intonavo ”Napule è”, che adoro. Pino mi accompagnava con la chitarra e ogni sera bocciava la mia dizione».



«Non ti preoccupare, ti faccio un po’ di lezioni io», ribatte l’ex scugnizzo in jeans e maglietta. De Gregori sorride: «Se ci pagano molto potremmo fare uno spettacolo insieme in tv. Comunque, visto che a marzo dell’anno prossimo mi rimetto on the road, prenoto fin d’ora D’Angelo per la prima tappa napoletana». Attenti a quei due.
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