Guccini ha 80 anni: una voce, una chitarra e l'arte della coerenza

Domenica 14 Giugno 2020 di Federico Vacalebre

Nei giorni scorsi, nell'avvicinarsi del giro di boa, lo hanno trascinato in un paio di dirette streaming, ma oggi no, non ci saranno feste né celebrazioni per i suoi 80 anni, al massimo una cena con Raffaella, a Pavana, neanche a dirlo: «Io sono nato 4 giorni dopo l'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale e oggi sono il primo Guccini in famiglia ad essere arrivato a compiere 80 anni. Ho ricevuto tante telefonate dai miei amici, ho avvertito davvero un grande affetto e non posso che esserne lusingato».

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro la chitarra che non vuole (ah, l'artrite) più impugnare, dietro la bottiglia che non può più scolare (ah, i divieti dei medici e il controllo della moglie). Per immaginarci, certo, anche noi ancora giovani, anzi per sempre giovani, come ci aveva illuso il maestro di tutti, anche del Maestrone, Dylan.
Francesco Guccini, «classe De André (1940) e statura De Gregori (1,92)» ci ricorda Federico Pistone che ha appena dato i voti, anzi le stelline, alle sue 161 canzoni in uno dei libri usciti nell'occasione (oltre al suo Tutto Guccini per Arcana, c'è Fra la Via Emilia e il West di Paolo Talanca per Hoepli), viene oggi festeggiato coram populo come un «classico», ieri tramite l'«Osservatore Romano» gli sono giunti persino gli auguri del vescovo di Bologna Zuppi. Eppure ci fu un tempo, non così lontano, perduto come i nostri capelli e i nostri primi amori, in cui la sua canzone divideva, eccome: da «Auschwitz» alla ginsberghiana «Dio è morto», all'epica anarchica di «La locomotiva», al j'accuse di «L'avvelenata», a «Canzone per Silvia» (Baraldini), «Canzone per il Che»... E in fondo, in realtà, divide ancora: quando canta «Bella ciao» dedicando a Salvini (che pur dice di amare lui e i Nomadi) e alla Meloni il verso «portali via», quando ricorda in un'intervista di aver votato Psi e non Pci, troppo libertario lui per accettare qualsiasi chiesa.

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E, forse, oggi, ci tocca azzardare una nuova lettura dei suoi 24 album (uno in più dei suoi libri, l'ultimo, Tralummescuro, in cinquina al Campiello, che merita come molto altro), ricordandoci di essere stati svezzati alla canzone d'autore, alla vita, alle complicazioni esistenziali, all'altra America, da «Radici» e «Via Paolo Fabbri 43», per dire solo due titoli. Come lui, avevamo già da tempo «la rivolta tra le dita» e «l'incoscienza dentro il basso ventre» quando scoprimmo le sue canzoni, ma fu lui, con De André e Jannacci, con Gaber e De Gregori, con Gaber e Vecchioni, con Daniele e Gaetano, a non renderci soltanto esterofili, rockettari, punkettari, jazzofili, bluesmalati. L'accolita facinorosa del Premio Tenco aveva mostrato un'altra canzone possibile e il barbudos Guccio ne era il profeta più colto, quello che vantava tra i fan anche Umberto Eco (perché faceva rimare «Schopenhauer» con «amare»), che metteva in canzone persino Roland Barthes, che aveva meno certezze (con Faber, certo) e più dubbi. Lo cantavi a pugno chiuso (naturalmente) ma poi ti parlava dell'amore come di una crisi, di un «Incontro» (il suo capolavoro) come di un film, di un pensionato come di un vicino di casa osservato poco e male, di un aborto come di una «Piccola storia ignobile», dello zio «Amerigo» come in una saga appenninica-americana, di un «Eskimo» come di un ritratto generazionale.

Probabilmente nessuno, nemmeno il sommo De André, ha usato la sua varietà di parole, mettendo in canzone il vocabolario italiano prima di scriverne uno tutto suo, del dialetto modenese e poi pavanese. Fedele alla (propria) linea, ci ha mostrato un modo diverso di essere cantautore «militante» negli anni in cui era di moda, in cui i suoi colleghi «eletta schiera che si vende alla sera per un po' di milioni», finirono sotto processo (politico). Non era in tour, dopo ogni concerto tornava a casa, ne conoscevamo persino l'indirizzo, l'aveva usato per titolo di un lp la cui copertina era diventata il manifesto dei suoi live per decenni. Il piccolo grande uomo liberale Bruno Lauzi lo elesse a eccezione che confermava la regola quando in «Io canterò politico» se la prese con i suoi «finti colleghi/ che fan rivoluzioni/ seduti sopra pacchi di autentici milioni/ Dovranno ritornare al ruolo di pulcini/ lasciando intatto il candido e poetico Guccini». Guzén, insomma, come uomo di coerenza che ha fermato il mondo per scendere dal tram che non si chiamava più desiderio, ma routine. Guzén, come cantacronache capace di dare a una sua ballata un autentico tono popolare, di seguire un tango, un blues, di farsi perdonare l'erre moscia. Guzén come cantapoeta, che invidia a Dylan il Nobel e decenni prima aveva già cantato l'aspirazione a «un lauro da genio minore».
Guccini che compie 80 anni sui suoi Appennini così lontani da quella Napoli in cui ha suonato poco (l'ultima volta, credo, il 9/4/2010, al Palapartenope), soprattutto negli anni eroici. Che sognava di diventare un orchestrale di Renato Carosone e Peppino Di Capri, ma una sera in Svizzera ha accompagnato Nunzio Gallo. Che con Enzo Avitabile ha inciso una canzone napoletana, «Gerardo nuvola e povere», su una morte bianca, anche se lui cantava nella sua lingua appenninica. Insomma, Auguri, maestrone: «Restano i sogni senza tempo/ le impressioni di un momento/ le luci nel buio di case intraviste da un treno./ Siamo qualcosa che non resta/ frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno».

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