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Morta Giulietta Sacco, addio alla regina di cantaNapoli

Martedì 12 Aprile 2022 di Federico Vacalebre
Giulietta Sacco con Nino D'Angelo e Angela Luce

Dopo un ricovero in ospedale (al Moscati di Aversa) iniziato il 2 aprile, è morta ieri verso le 22.50 Giulietta Sacco, regina di cantaNapoli, spesso definita come «l'Amalia Rodrigues» italiana per l'attitudine del suo canto, avvicinabile al fado per la profondità fonetica, per il melanconico portato nostalgico, per la melosmatica potenza evocativa capace di attingere alla tradizione della «vutata». Aveva 78 anni. Protagonista degli anni degli ultimi Festival di Napoli, conobbe una sorta di seconda giovinezza a metà degli anni Novanta: nel 1995 vinse il Premio Tenco con gli Almamegretta e la riscoperta di una tammurriata come «Sanacore», l'anno successivo Nino D'Angelo le produsse l'album «Preta 'e mare», tra classici napoletani ed inediti scritti per lei, a partire dal duetto di «'A riggina d''e canzone». Proprio D'Angelo le aveva regalato la sua ultima grande esibizione, in piazza del Plebiscito, nella notte del Capodanno napoletano tra il 2002 e il 2003: sul palco con lui solo donne, da Angela Luce a Maria Nazionale, Giulietta aveva cesellato alla sua maniera il canto di «'A cartulina 'e Napule», omaggio a Gilda Mignonette, eletta tra i suoi punti di riferimento. Negli ultimi anni, convertita ai Testimoni di Geova e afflitta da problemi di salute, aveva diradato le sue esibizioni, sino a cancellarle. Nel 2012, esattamente dieci anni fa, era entrata per l'ultima volta in sala di registrazione, accanto al giovane fan Genny Avolio, dividendo con lui l'addio di «Nun voglio fuje».

Nelle sue stagioni d'oro è stata un canto libero, non irregimentato, ricca di echi antichi e dimenticati, grazie a un'estensione importante, ad una capacità di porgere la melodia memore di stagioni cancellate dalla modernità, ma non dal suo cuore. Echi rurali e marinari emergevano nelle modulazioni, nelle fioriture, nelle corone, nei respiri con cui cesellava le sue esibizioni, facendo brillare di luce nuove le perle di Di Giacomo, E. A. Mario, Ferdinando Russo, cercando nello stesso tempo un nuovo canzoniere, brani che le potessero dare quella celebrità che inseguì anche inscenando per i rotocalchi un finto incidente stradale. Dal 1984 problemi di salute, che poi la portarono a perdere un occhio, ne hanno limitato la carriera e la limpidezza vocale.

Nata a Maddaloni il 13 aprile 1944, esordì a 12 anni, cantando a una festa nuziale nel nome del suo mito, Maria Paris e conquistando presto fan eccellenti per la grana profonda, rurale, della sua voce. 

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Per Renzo Arbore era «la regina dei mandolini», riferendosi ai suoi lp degli anni Settanta soprattutto al repertorio «sorrentino», per  Claudio Villa era «la Mina del Sud». E fu proprio la signora Mazzini a dirle: «Cara Giulietta riguardati la tua voce che è un dono di dio, tu non hai due corde vocali, ma due collier di diamanti».

Prima di otto fratelli, papà Vincenzo le produsse il primo 45 giri per l’etichetta Euterpe, «Se perdono/Lui però ballava il twist», poi inizierà la trafila dei concorsi vocali e delle esibizioni tra cerimonie e feste di piazza, fino ad essere notata dalla Phonotris che le fece incidere, tra l'altro, il suo primo successo, «Amalia Ruta», di Raffaele Mallozzi e Alberto Sciotti, con cui concorse alla rassegna canora «Ondina» di «Sport Sud». Poi venne il sodalizio con la Vis Radio, 

La Sacco arrivò in finale al Festival di Napoli del 1969 con «Abbracciame», in abbinamento con Mario Merola, la sfiorò l'anno successi con Mario Trevi e «Sulitario» ci riprovò l'anno successivo, quando però la manifestazione fu cancellata in corso d'opera, e per sempre: avrebbe dovuto dividere il palco con Angela Luce in «'A primma 'nnammurata». 

Tentò la strada di Sanremo e quella della Rai, sentendosi spesso esclusa più per motivi estetici che artistici, sino al punto di ricorrere alla chirurgia estetica al naso. Approdata alla Zeus, alternò le melodie classiche partenopee con il repertorio scritto per lei da autori come Gianni Aterrano, Eduardo Alfieri, Antonio Moxedano, Alberto Sciotti, Tony Iglio, Augusto Visco, Enzo Di Domenico. Approdò a «Un disco per l'estate» nel 1975 con «Profumo di ginestre», due anni dopo al «Cantagiro» con «Dicitencelle», facendo il bis l'anno seguente con «E te perdutamente». Allargò il suo repertorio agli stornelli partenopei, ma brillava soprattutto nel repertorio partenopeo più sanguigno, come quello di Bovio («L'addio», «'E ppentite», in «Silenzio cantatore» era davvero un ricamo la mandolinata che l'accompagnava), cercando allo stesso tempo di ritagliarsi uno spazio nella produzione contemporanea, con brani come «Bellavista».

La conversione ai Testimoni di Geova le era stata d'aiuto in un periodo buio: «Ho trovato il modo di colmare il vuoto interiore che mi accompagnava da qualche tempo cui né il  successo né la gloria sapevano porre rimedio», aveva raccontato all'epoca. «Di più: sono riuscita a farmi una ragione delle cattiverie che ho dovuto sopportare nel mondo artistico, cui guardo adesso con grande e sereno distacco. L'abbraccio con la nuova fede è avvenuto in uno dei momenti più difficili della mia  esistenza. Oggi sono un'altra», diceva, ma in realtà non ha mai smesso di soffrire per le ingiustizie che sentiva di aver vissuto. 

Ignorata dagli intellettuali, eccetto il solito Goffredo Fofi, amata dal popolo, conobbe un declino scomodo, rincorse la visibilità nazionale, provò inutilmente a farsi rivedere dal pubblico nazionale trattando con Paolo Limiti per il suo amarcord televisivo. Gli Almamegretta la fecero conoscere ai giovani, Nino D'Angelo le riconobbe il titolo che meritava, quello di regina della canzone. Ma cantaNapoli è in debito con la sua Amalia Rodriguez.

I funerali partiranno domani dall'ospedale di Aversa alle 10 per giungere al cimitero di Maddaloni dove alle 11.30 ci sarà il rito funebre.

Ciao, Giulietta, ciao.

Ultimo aggiornamento: 13 Aprile, 08:52 © RIPRODUZIONE RISERVATA