Neffa, un album a sorpresa: «Il mio canto newpolitano»

Domenica 14 Febbraio 2021 di Federico Vacalebre
Neffa, un album a sorpresa: «Il mio canto newpolitano»

E venne il giorno, anche per Giovanni Pellino da Scafati, in arte Neffa, del ritorno alle radici. Che per lui potevano essere - anzi sono - (anche) l'hardcore punk dei Negazione, il primissimo hip hop italiano degli Isola Posse All Stars e dei Sangue Misto, di un retromodernismo da amante della black music. Stavolta però, le radici ricercate, e ritrovate, scavano ancora indietro nel tempo, sono la lingua del cuore, le prime melodie ascoltate, la veracità contaminata dalla cazzimma di tutti gli americani di Napoli, da Carosone ad oggi. «Aggio perzo o suonno», nuovo singolo del cinquantatreenne con il cappello, in uscita venerdì, è soltanto l'antipasto di una svolta importante, un album interamente in dialetto.
Che succede, Gio'? Ti avevamo lasciato al Sanremo 2016, quando «Sogni e nostalgia» venne eliminata prima della finale. Com'è nata questa svolta verace?
«Lo dicevo da tempo, ne abbiamo parlato in tante interviste sin dagli anni 2000, ma non succedeva mai. Ogni tanto rimettevo sul piatto la "Napoletana" di Roberto Murolo, la mia prima bibbia, o i dischi di Pino Daniele, la mia seconda bibbia, e sapevo di dovere e volere provare a dire la mia in quella scia, ad aggiungere una caccola, ma mia, a una storia importantissima».
Il brano con cui ti presenti davvero non è una caccola, ma un concentrato di tradizione e modernità, un dolente canto newpolitano forte del contributo di altri due campani doc, Coez e Ty0.
«La presenza di Coez mi ha dato una mano a far accettare ai miei discografici un progetto simile, dj Ty0 ha trovato i giusti accenti ritmici per un pezzo che non vuole essere un ibrido, ma un esperimento di convivenza».
Tutta la canzone napoletana è fatta di convivenze culturali, quasi come la storia della città.
«Esattamente e a chi oggi si accorge del primato dei trapper campani ricordo il primato dell'opera buffa nel 700. La canzone italiana nasce con la canzone napoletana, oggi quest'equazione sta tornando attuale, ragazzi come Geolier, La Nina, Svm, Liberato naturalmente, e tanti altri hanno riportato a Sud, a Napoli, in Campania, la palma della scena più creativa. Mamma è di Scafati, papà napoletano, Passione è la mia canzone del cuore, ne ho persino copiato il titolo per un mio brano, e da qualche parte tutto questo un giorno è uscito fuori».
In che senso?
«Che in tre anni avevo scritto solo 7-8 canzoni, forse 10, poi un giorno mi è venuta fuori Amaro ammore e da lì è cominciato un processo epifanico, di creazione, direi quasi di possessione. Ne sono venuti fuori una trentina di brani, troppi per l'album che sta per uscire, ci vorrebbe un secondo volume».
Il disco uscirà dopo l'onda lunga sanremese, ma quanto ascoltato fin d'ora promette più che bene, in un incrocio di melodiosità melanconica e di ritmi contemporanei, che accettano anche la sfida del confronto con la trap e con i filtri vocali, ma senza essere schiavi del motivetto del momento, del ricatto giovanilista.
«Napoli non patisce le mode, le piega a suo uso e consumo. Ho scritto al pianoforte, come un invasato, tutto da solo, confrontandomi con la mia compagna, napoletana, e con gli amici, per essere sicuro di non sbagliare dizione. Su questo fronte, poi, aprirei la polemica della scrittura del dialetto».
Spara.
«Le lingue, e ancor più i dialetti, si evolvono. Geolier non può usare il napoletano di Ferdinando Russo, ma le elisioni finali, le vocali che cadono... si devono leggere, in napoletano come in francese».
Una bella «imparata di creanza», insomma.
«Un atto di rispetto: chiunque scriva in napoletano ne deve rispettare la storia, la grammatica, la tradizione, sia pur volendola rivoluzionare, persino rivoltare come un calzino».
Complici per questo assalto al cielo del suono newpolitano?
«Ho lavorato in solitudine, oltre a Coez e Ty0 ho voluto al mio fianco Rocco Hunt in un pezzo e in un altro Livio Cori».
Contributi veracissimi, ma tutti provenienti dal pianeta hip hop. Niente niente che sei tornato a rappare?
«Nu pucurillo, il flow è come andare in bicicletta, una volta che impari non dimentichi come si fa».
Sei sotto contratto con la Numero Uno, storica etichetta di Lucio Battisti rilanciata da te e da due degli Ufo del prossimo Sanremo: La Rappresentante di Lista e Colapesce-Di Martino. Lo sai che «il nostro caro angelo» prima di affidare a Mogol una delle sue melodie usava il napoletano, con parole a caso, per dargli un'idea delle metrica da usare?
«Si vede che anche lui sapeva che il napoletano è la lingua della canzone. A proposito di Festival: all'Ariston il dialetto ancora fatica».
Non ti hanno voluto?
«L'anno scorso avevo proposto "Amaro ammore", ma mi hanno detto che dovevo riscrivere il testo usando anche l'italiano, come hanno dovuto fare Nino D'Angelo e Livio Cori nel 2019. Ho lasciato perdere».
Però al prossimo Festival ci sarai.
«Sì, sarò ospite di Noemi nella serata dei duetti. Canteremo insieme un mio successo, Prima di andare via, e sarà una sorta di nemesi: anche questa a Sanremo la bocciarono, due volte, nel 2001 e nel 2002. "Amaro ammore" la metterò nel nuovo album, con Noemi mi vendico due volte».
Paura che il pubblico di «La mia signorina», di «Aspettando il sole», di «Molto calmo» possa restare sorpreso dallo scoprire l'ennesimo dei «molteplici mondi di Giovanni, il cantante Neffa».
«Boh, quando mollai l'hip hop ci fu chi ebbe da ridire. Ma stavolta non mollo niente e tengo tutto dentro la grande madre, la canzone napoletana».
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Ultimo aggiornamento: 18:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA