Jack Savoretti: «Sono pronto per il debutto napoletano»

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di Enzo Gentile

Enzo Gentile
Ecco un bel caso di italiani all’estero che mantengono la fierezza e l’affetto per le origini nonostante un lavoro che li porta in giro per il mondo con successo: Jack Savoretti, nato a Londra da padre genovese e madre polacca-tedesca, vive nella campagna fuori Oxford, viaggia con le sue canzoni a tutte le latitudini, ma mantiene salde le sue radici, a partire dal calcio, visto che tifa Genoa e ai prossimi europei non avrà dubbi nel sostenere gli azzurri. La sua bella parabola di cantautore rock parte anche da un bel tamtam che in questi ultimi due anni è passato proprio dal nostro paese: «Qui ci sto benissimo, il pubblico nei concerti mi manifesta sempre un grande affetto crescente e mi spiace solo non essere ancora in grado di scrivere direttamente in italiano. Sul palco mi concedo sempre una canzone di Lucio Battisti, “Ancora tu”, ma se penso ai grandissimi autori del presente e del passato, da Guccini a Dalla, non mi sento pronto. Farne di brutte sarebbe troppo facile, meglio aspettare. Intanto mi tengo in allenamento, le collaborazioni con Elisa e Zibba mi hanno dato grandi soddisfazioni».
In questo periodo è in circolazione la ricca riedizione del suo «Written in scars» che comprende alcune tracce dal vivo e un paio di remix: questo il repertorio su cui si fonda il tour che lo vedrà finalmente debuttare anche al Sud, con lo show di domani all’Arena Flegrea.
La sua carriera è a una svolta, l’album che sta chiudendo definitivamente proiettarla sulla scena internazionale. A che punto è?
«Siamo pronti all’80%, manca poco. Ho trovato un suono, che discende dai miei dischi precedenti, ma aggiunge anche un pizzico di elettronica, per fornire un po’ di atmosfera. Nessuno stravolgimento, ma ho cercato di essere ancora di più nel tempo che viviamo. Un singolo uscirà già a ottobre, tengo molto al senso complessivo: non vorrei essere apprezzato o ricordato per una hit ma per il mio lavoro tutto».
Che cosa ricorda di quando il suo brano «Soldiers eyes» finì al numero 1 della classifica di vendita di Amazon?
«Era il 2012 e non ci volevo credere nemmeno io: ero già stato in testa a una top ten, ma quella indie inglese, gli States... Il pezzo era passato nella serie “Sons of Anarchy”, il giorno dopo in tanti lo avevano cercato e acquistato».
Alti e bassi del mestiere le fanno mai venire il desiderio di smettere o cambiare drasticamente?
«Ogni volta che mi metto in viaggio e lascio a casa i miei due figli piccoli mi sento male. Cinque-sei anni fa, poi, avevo deciso di fermarmi e tagliare con questo lavoro. Non mi trovavo con l’ambiente e le persone che mi circondavano, così ho staccato la spina: accumulando una rabbia che per fortuna mi ha indirizzato verso nuovi rapporti e conoscenze per capire che dovevo lavorare in armonia con la mia mentalità e il mio carattere. Sono ripartito da zero e adesso so che la condizione professionale non può prescindere da una condizione umana di benessere e di stima».
Che cosa vorrebbe trasmettere con le sue canzoni? Per «Burn Magazine» lei è sulla strada di Simon & Garfunkel, per qualcuno addirittura di sua maestà Dylan.
«Non scherziamo con i paragoni. Io in un artista cerco genuinità, voglio fidarmi di quello che mi racconta. Così vorrei rappresentare un piccolo quadro, ma dove ci si possa ritrovare: in circolazione ci sono troppi ingredienti e sapori generici. Penso sempre a cosa ha saputo testimoniare Bob Marley con la sua magia: anche chi non ama il reggae lo ha rispettato, grazie alla sua verità. Questo è il massimo a cui un artista possa aspirare».
Pronto per il debutto napoletano?
«Certo, so che si tratta di una città ad altissima alfabetizzazione musicale: sarà un giudizio importante per me».
Lunedì 4 Luglio 2016, 15:06 - Ultimo aggiornamento: 04-07-2016 21:26
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