James Senese: «La mia America è Napoli e un sassofono per amico»

Giovedì 24 Maggio 2018 di Federico Vacalebre
James Senese in una foto di Riccardo Piccirillo

Con lui, tutto, tranne la musica, ha un valore relativo. Tanto che con «Aspettanno ‘o tiempo», il doppio cd live in uscita domani, celebra i suoi primi cinquant’anni di carriera, ma in realtà ha iniziato ben prima del 1968: «È vero, ma in realtà non festeggio niente, se non il fatto che continuo a suonare, e la voglia stessa di continuare a suonare», risponde James Senese, 73 anni, con un ghigno inconfodibile che confessa di aver vissuto in maniera verace.

Ma ricordi il tuo primo concerto?
«Certo, eravamo già gli Showmen, ma non ci chiamavamo ancora così: eravamo in una trattoria di Miano, ‘o Schiavottiello».

Nasce così il neapolitan power: Gigi e i suoi Aster e Vito e i 4 Conny preparano la strada alla formazione che inventa una via italiana al rhythm and blues, gli Showmen, appunto.
«È da quel 1968 del nostro lp che calcoliamo questo mezzo secolo di sax, anche se avevo già iniziato a incidere dal ‘64. Con Mario Musella, il nero a metà che ha iniziato tutto, eravamo davvero una bella coppia: lui di madre napoletana e figlio di un soldato pellerossa, io di madre napoletana e figlio di un soldato afroamericano».

Poi verranno Napoli Centrale, la via più torrida al jazz rock italiano, l’incontro epifanico con Pino Daniele, quelli con Gil Evans e l’Art Ensemble of Chicago, album solisti...
«Ma Napoli Centrale è sempre qui, con Ernesto Vitolo alle tastiere, Gigi De Rienzo al basso e Agostino Marangolo alla batteria siamo fedeli al tentativo di fare un’altra musica, estrema, per il cervello come per il cuore e la pancia, sperimentale ma fisica, americana ma napoletana».

Come te, che in uno dei tre inediti in studio del cd, «Ll’America», scritto per te da Edoardo Bennato, canti «Napule è veleno pe’ chi nun ‘a sape capi’... I songo nato cca’ e cca’ voglio resta’, chi se ne fotte ‘e ll’America... Ll’America sta dint’ chistu core e dint’ stu sassofono».
«L’America mia è il mio sax, ho imparato a soffiare ascoltando i V-Disc che mio padre aveva regalato a mia madre. La Napoli mia è la mia voce».

Turturro quando ti conobbe prima di girare «Passione» non credeva ai suoi occhi, anzi alle sue orecchie. «È verace come Mario Merola che non c’è più», diceva stupefatto di quell’incontro.
«John mi ha fatto raccontare davanti alle cineprese cose che non avevo mai detto pubblicamente. Quando mi chiamavano Jamesiello, niro, niro’... Quando il razzismo c’era e moriva nella solidarietà di strada».

Hai sofferto molto per il razzismo?
«Sì, ma non quello verso la mia pelle, quanto quello verso la mia napoletanità. Ci sono napoletani che ancora non hanno fatto i conti con me, che non hanno capito che so cchiù napulitano ‘e tutte loro».

Gli altri due inediti sono lo strumentale «Route 66» e «Dint’’o core», ovvero una rilettura di «Manha da carnival».
«Il primo è uno strumentale, il secondo è il classico di Luiz Bonfà e Antonio Maria, tema dell’”Orfeo nero”: negli anni Sessanta lo ascoltavo moltissimo, mi è tornato in mente con questo testo in napoletano».

Il cd si apre con «’Nggazzate nire», brano che dava il titolo al tuo disco solista del ‘94, in cui cantavi: «I’ nun ce ‘a faccio proprio cchiù/ cu’ chesta musica int’’a via/ Tutt’’e parole bla bla bla ma poi sta musica addo’ sta/ Mi scenne ‘o latte int’e’ ginocchia/ cu’ sti toscani e Jovannotti/ saranno pure brava gente/ ma fanno ‘a musica fetente». Poi con Lorenzo Cherubini sei diventato amico, hai suonato con lui e Ramazzotti al San Paolo, dove li ritroverai il 7 giugno per «Pino è». Cambiato idea?
«All’epoca la pensavo così, oggi apprezzo il suo sound, in giro la musica fetente, tutta bla bla bla, è ben altra».

Tra «Alhambra» e «Love supreme», «Campagna» e «Viecchie, mugliere, muorte e criature», nel cd spunta «Chi tene ‘o mare».
«La canterò anche al concertone in omaggio a Daniele, dividendola con Enzo Gragnaniello. Con Pino abbiamo cambiato la musica napoletana e, quindi, quella italiana. È stato per me un fratello minore e un maestro, io sono stato per lui un fratello maggiore e il primo maestro. Con Tullio De Piscopo e Tony Esposito saliremo sul palco suonando come per far riapparire accanto a noi Pino e Rino Zurzolo, come per far guarire Joe Amoruso. Sento questo come l’ultimo omaggio possibile al Nero a metà: poi dovremo chiudere il suo ricordo nel cuore. Parola del nero di Napoli».

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