Jesto al Mattino: «Nel nome del padre vado oltre rap e trap»

di Federico Vacalebre

Il rap, e la trap, lui li frequenta da anni, era il 2012 quando pubblicò in free download una raccolta dal titolo di «Mamma ho ingoiato l'autotune», destinata ad avere un bis tre anni dopo. Oggi che senza trap e autotune non si fanno dischi, lui ha ridotto l'ambaradan al minimo indispensabile, ripartendo con un disco come «Buongiorno Italia», presentato ieri pomeriggio alla Mooks di piazza Vanvitelli, sulla scia del padre. Già, perché lui all'anagrafe si chiama Justin Rosso, classe 1984, ed il padre era quello Stefano finito in classifica per «Una storia disonesta» («Che bello, due amici, una chitarra e uno spinello») nel 1977, ma che andrebbe ricordato anche per perle come «Via della Scala» e «Bologna 77» sull'assassinio di Giorgiana Masi.

A Stefano Rosso Jesto aveva dedicato nel 2016 una canzone (trap) esplicita come «Papà» e ora gli dedica l'intero disco, rivendicando «la sua ironia, la sua ecletticità, il suo interesse per le cose di ogni giorno, per la vita vera della gente, non dei vip, non dei potenti». «Ci avete messo l'acqua nel vino, non ci avete fatto nemmeno lo scontrino», sintetizza lui nell'incipit di «La ballata della crisi», chiamando in causa insieme all'elettronica chitarre e persino una fisarmonica, non proprio uno strumento della tradizione hip hop. «Crescendo mi sono accorto del filo rosso che mi legava a lui, da adolescente come tutti ho avuto un rapporto complicato, ora mi sorprendo a guardare le cose, a raccontarle e ad accorgermi che lo faccio come avrebbe fatto lui».
 

Jesto cita Guccini, i cantautori anni 70, e a quel periodo apparteneva la scoperta del fingerpicking, stile chitarristico caro al cantautore romano scomparso dieci anni fa: «Anche qui, anche in questa diversità, credo che si siano molti punti in contatto. Lui fu un innovatore, studiò il fingerpicking, si applicò all'uso del banjo, poco diffuso in Italia. Io l'ho fatto con l'autotune. Siamo curiosi, aperti, bisognosi di novità, di stimoli».

Dagli anni di piombo («Bologna 77» di quelli parla) agli anni virtuali: «Io non vado pazzo per i social, ma ne riconosco la potenzialità. Ho persino fatto un video usando le storie di Instagram, che spariscono dopo 24 ore». Come ha fatto un pezzo, «Note vocali», mettendo in musica i commenti dei suoi ammiratori: «Ho una fanbase davvero particolare, che a volte mi tratta come un modello, come un maestro. Io non mi sento tale, ma capisco che nello strambamento collettivo avere un punto di riferimento può essere utile». Così il signor Rossi junior può decidere di restare «A casa con l'influencer», di raccontare disoccupati nati che vorrebbero essere «trovati» dal lavoro, di scrivere versi come «ho visto per strada le banche distrutte ma prima ho visto le banche distruggere».

Non dice addio al rap, ma lo diluisce, senza usare l'acqua, però, e pagando lo scontrino: oltre alle influenze sonore già citate, c'è la voglia di dar voce ad un teatrino hip hop, cambiando voce a seconda dei personaggi chiamati in causa all'interno dello stesso pezzo. Grafica (con tazzulella e caffè), titolo, incipit («Sveglia») e brano finale («Svegliami quando») danno vita ad un autentico concept: anche quello, il gusto narrativo, sarebbe piaciuto all'uomo di «... Allora senti cosa fo'», capolavoro beffardo di canzone a dispetto. Ma nel disco c'è spazio anche per una dedica alla madre (l'annunciatrice radiotelevisiva e speaker del Tg3 Teresa Piazza), oltre che per la collaborazione con il fratello rapper Taiyo Yamanouchi, alias Hyst. Anche i trapper tengono famiglia.
Giovedì 17 Maggio 2018, 10:58 - Ultimo aggiornamento: 17-05-2018 13:07
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