Joe Amoruso, il libro dettato con i cenni della testa

Lunedì 22 Giugno 2020 di Joe Amoruso e Sandra Sandy Re
Per gentile concessione, anticipiamo alcuni stralci di «Il cielo riflesso nell'acqua», libro «dettato con cenni del volto» da Joe Amoruso, immobilizzato da un ictus il 9 dicembre 2017 e scomparso il 23 marzo scorso, all'amica Sandra Sandry Re, che firma con lui il volume in uscita per l'editore Phasar di Firenze. «Gli aneddoti raccontati da Joe mi sono stati da lui trasmessi attraverso l'unico gesto che lui riusciva a controllare: il movimento della testa. Leggevo le lettere dell'alfabeto stampato su un cartello, lui, con un cenno, mi confermava la lettera giusta per comporre la parola. Tutto questo avveniva nel silenzio. A volte, per formare una frase erano necessari anche quindici minuti», racconta l'autrice. Una sorta di inedito, struggente, emozionante, diario del dopo-coma: Joe racconta la lotta per la vita, la frustrazione di un cervello intrappolato nel corpo immobile, i ricordi di una carriera al fianco di Pino Daniele, l'affetto della madre e del fratello che gli sono stati sempre vicini, il piacere di poche gocce di caffè sulla lingua, il desiderio di scrivere usando lo stesso modo con cui dettava a Sandra una nuova canzone.
 
 

Sono trascorsi tre mesi da quella brutta notte del nove dicembre 2017 e si iniziano a vedere alcuni lievi miglioramenti. La cosa più importante è che io mi sia risvegliato dal coma.

I medici dell'ospedale di San Giovanni Rotondo, tenendo conto di questi piccoli progressi, suggeriscono ai miei familiari di integrare il percorso di recupero motorio presso un centro di riabilitazione.

«In Italia, gli istituti sono molteplici, ognuno con la propria specializzazione. Tra le eccellenze c'è un centro in Emilia Romagna dove utilizzano metodi avanzati per le patologie sia spinali che neurologiche».

Mio fratello Arturo, nominato dal giudice come mio tutore, si mette subito all'opera per l'imminente trasferimento e contatta le varie istituzioni per la preparazione dei documenti. Arturo è più piccolo di me di circa dieci anni ma è un grande uomo, fisicamente siamo uno l'opposto dell'altro, lui è moro, alto e snello, è una persona speciale e io ho una profonda stima in lui. Dovrò iniziare tutto da capo per rimettere in relazione la mia mente con il mio corpo, imparare di nuovo a parlare e trovare un sistema per comunicare. Le mie braccia e le mie mani non si muovono più e le gambe sono totalmente immobili, solo la mia mente vola e, tra un pensiero e l'altro, sogno di volare sul mio pianoforte.

Ho suonato con tanti musicisti, tra i quali Bob Berg, Mel Collins, Billy Cobham, Richie Havens e ognuno proveniva dal proprio mondo ma tutti insieme eravamo uniti nello stesso mondo con le proprie singolari esperienze, legati dai medesimi impulsi musicali. Ad ogni esibizione, raccoglievo il nettare dei suoni che creavo spaziando con il mio pianoforte e tra quei suoni sentivo nascere l'unicità che solo le buone energie possono esprimere. Nel 1981, con Pino Daniele, durante il tour del famoso album Vai mo', sul palco accanto a me c'era il sassofonista Wayne Shorter, la mia forte emozione si percepiva perché tremavo. Poi, la tensione si sciolse perché tutti e due iniziammo a ridere e a scherzare e questa cosa mi fece talmente rilassare che uscirono dalle nostre mani effetti musicali molto particolari. A un certo punto Wayne prese il panno che era appoggiato sul mio pianoforte. La stoffa aveva qualche foro e dentro ad uno di essi lui mise un dito e mi mostrò che anche la sua maglietta aveva un buco. Mi fece capire che lui e io eravamo uguali e che il nostro destino ci aveva fatti incontrare su quel palco. Un palco dove spero di ritornare presto.

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Sono felice di vedere Tullio (De Piscopo, ndr).
Chissà cosa mi racconterà di bello? Mi troverà provato dalle terapie e dal dolore e in questo istante la mia mente si illumina fino a ritrovare il momento in cui avvenne il mio primo incontro con lui. Eravamo a Formia, negli studi dove nacquero alcuni dei più famosi successi di Pino Daniele, Tullio arrivò da Milano con la sua automobile, era quasi mezzanotte o forse l'una, comunque, ricordo che era molto tardi e si presentò con del cibo dentro un improbabile scaldavivande acquistato in autostrada. Armeggiando con questo contenitore si mise da solo in un angolo del tavolo a mangiare mentre io e Rino Zurzolo lo guardavamo divertiti. Era il 1980, avevo poco più di vent'anni, Rino ventidue e Tullio trentaquattro e da quel momento non ci siamo più persi, la nostra amicizia è ancora oggi indissolubile dentro la grande potenza della musica, certo Pino e Rino non ci sono più, hanno preso una scala musicale alta per arrivare fino alle nuvole.

Quando Tullio entra in camera si trascina dietro tutta la sua allegria... «Joe, con quale dito si suona il Do?» mi chiede Tullio.
Lentamente alzo il mignolo e lui ridendo esclama:
«Ah Allora te lo ricordi ancora!!? Eh Bravooo Joe!».
Poi inizia a fare una rullata di tamburi nell'aria con delle bacchette immaginarie e, mentre tamburella sul mio letto, attorno a me sento una buona energia.

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Mentre aspetto Tony (Esposito, ndr), ricordo il bellissimo periodo di quando scrivemmo il brano «Kalimba de luna», erano momenti prolifici e spensierati, c'era un gran fermento musicale. Tony mi venne a trovare a Boscoreale, eravamo all'ultimo piano della mia casa, in una piccola mansarda e lì nacque «Kalimba de luna». Era il 1984, avevo ventiquattro anni e lui trentaquattro. Tony Esposito mi disse che aveva in testa un ritmo particolare e io iniziai a elaborare qualcosa con il mio pianoforte che però si trovava al primo piano della mia casa e così tra una prova e l'altra, idee su idee, abbiamo partorito questo brano pieno di suoni e colori. Qualche settimana dopo salimmo a Bologna da Mauro Malavasi per procedere con l'arrangiamento. Nello stesso anno la canzone vinse la classifica nella sezione Big di «Un disco per l'estate» e in Svizzera era già classificata al sesto posto. Dopo pochi mesi, i Boney M ne fecero una cover per le discoteche. Tony stesso, mi disse: «Joe, tu mi ha regalato un grande successo!».

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Oggi, sono esattamente un anno e tre mesi che il mio palato non tocca cibo e che le mie mani non portano un pezzo di pane alla bocca, non conosco più il sapore dell'acqua, il gusto del caffè, la fragranza di un biscotto e la freschezza di una mozzarella. Adoro queste cose semplici e ancora oggi mi piace considerare le cose semplici come le più belle. La semplicità possiede un gran potere, è fatta di valori dalle dimensioni enormi che troviamo nei gesti quotidiani, come lavarsi il viso, pettinarsi, scostare la tenda per guardare il panorama dalla finestra, aprire il frigorifero, prendere da un cestino una mela. Queste semplicità, che spesso ci sfuggono, diventeranno grandi per me se un giorno riuscirò di nuovo a compierle».  © RIPRODUZIONE RISERVATA