Joe Barbieri: «Tra Brasile e Napoli
canto la mia autobiografia»

Sabato 17 Aprile 2021 di Federico Vacalebre
Joe Barbieri: «Tra il Brasile e Napoli canto la mia autobiografia»

«Tratto da una storia vera», dice il titolo, ma, visto che si parla del nuovo disco di Joe Barbieri, non aspettatevi gossip, vanità social, pruriginose confessioni sessuali. In realtà, il quarantasettenne cantautore napoletano è più nudo che mai e cesella una leggerissima quando profondissima - l'ossimoro è voluto - autobiografia sentimentale. Un pugno di canzoni sospese tra il Brasile e Partenope che valorizza la timbrica degli strumenti acustici, inseguendo la fusione matematica dell'armonia, non cercando mai di sparare la voce «sopra» gli strumenti, che la circondano con affetto e rispetto, a partire dagli archi, centrali più che mai in una sorta di ecologia sonica che mette al centro di tutto la rarefazione, la poesia, la distillazione del suono, comprese le parole quasi sussurrate in brani come «La giusta distanza», «Promemoria», «Manifesto» e «Tu io e domani», elogio degli abbracci negati: «Metti la tua mano nella mia anche se ti sembrerò lontano, tienimi più stretto, parlami di tutto, come se potessi essere lì».

Sono passati quattro anni da «Origami», Joe, e due da «Dear Billie», il tuo personalissimo omaggio alla Holiday. 
«Devo ancora capire queste nuove canzoni da dove sono venute, con il loro desiderio di mettermi a nudo. Dentro ci sono davvero io, i miei amori, il mio privato, i suoni che amo, le mie passioni, i cibi che mi piace mangiare. Siamo a 29 anni dal mio esordio a Castrocaro, prima di arrivare a 30 mi sono trovato a riassumere il mio passato remoto, quello prossimo, il presente, forse anche il futuro, compresi gli incontri, gli artisti che così tanto mi hanno segnato».

Un demo finito nelle mani di Pino Daniele ti spinse verso i primi dischi. La raffinata versione di «Lazzari felici», unica cover del disco, è un modo per dirgli grazie? 
«Anche, oltre a un pezzo della mia vita, dei miei ascolti, della mia ispirazione. Pur sapendo di dovergli tanto, da ascoltatore prima ancora che come professionista, ho sempre evitato per pudore di partecipare a occasioni in cui lo si celebra, sacrosante certo, facendo eccezione proprio per te, per il memorial che si tiene al Palapartenope ogni anno nel giorno del suo compleanno/onomastico. Ecco, questo è un omaggio sentimentale come quello, ma mio, privato: non c'è nessun altro motivo per cantare quella canzone se non che è bellissima, nel testo, nell'armonia. Una domenica mattina me la sono ritrovata in testa, in gola, nel cuore».

Visto che stiamo parlando di «erba di casa mia» subito dopo «Lazzari felici» viene «Vedi Napoli e poi canta»: «La mia fede è una samba nell'azzuro di quest'anima che vola, la mia fede è una storia che racconterà di te, della tua gloria». Capitan Insigne &. Co. hanno trovato un nuovo inno.
«Il tifo per il Napoli, da sempre, è uno dei momenti in cui mi lascio andare. Volevo cantare la squadra e la città, questa simbiosi assoluta, e farlo da devoto».

Ed è forse un segnale se, in un disco molto carioca come lo è da sempre il tuo sound, scegli il suono del samba per «gridare» il tuo «forza azzurri»? 
«Sì, ormai non distinguo più tra musica brasiliana e partenopea. Roberto Murolo è il nostro Joao Gilberto, Pino Daniele il nostro incrocio tra Gilberto Gil e Milton Nascimento. Sono due musiche in cui la melodia convive con il ritmo, la poesia con l'aspetto ludico e sensuale, ormai credo che dalla fusione napo-brasiliana stia nascendo un incrocio prezioso».

Scritto e inciso in pandemia, l'album che uscirà in Europa il 21 aprile e in Giappone il giorno dopo, è ricco di ospiti, di contributi preziosi. 
«Devo ringraziarli uno ad uno per come hanno completato il mio lavoro: Carmen Consoli, Sergio Cammariere, Tosca, Jaques Morelenbaum, Fabrizio Bosso, Mauro Ottolini, Alberto Marsico...».

L'ultimo brano è una delizia strumentale. 
«E, forse, è il mio preferito del disco. Mi piacerebbe un giorno fare solo musica, darmi alle colonne sonore».

Ma saresti pronto a rinunciare alle parole? In fondo anche Pino Daniele, negli ultimi anni, si sentiva più un suonautore che un cantautore. 
«No, non sono pronto, non so le lo sarò mai. Ma dobbiamo pesarle le parole, parlate, scritte e cantate, in questi tempi di ipercomunicazione. Urliamole di meno, pensiamole di più. Come sempre, ha ragione il maestro Joao Gilberto: il silenzio è la nota zero, devi imparare ad usare quella prima di passare alle altre». 

Ultimo aggiornamento: 18 Aprile, 17:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA