Morto Keith Flint, addio al cantante dei Prodigy: si è suicidato

Lunedì 4 Marzo 2019 di Simona Orlando
Morto Keith Flint, addio al cantante dei Prodigy: si è suicidato

Un altro addio inaspettato, nel mondo musicale dove tutto sembra bruciare più in fretta. Keith Flint, il cantante dei Prodigy, è stato trovato morto nella sua casa di Dumnow, nell'Essex, in Inghilterra. La polizia ha ricevuto una chiamata intorno alle 8 di questa mattina e, giunta sul posto, ha solo potuto constatare il decesso del quarantanovenne, finora escludendo ipotesi sospette. Il compagno di band Liam Howlett e mente dei Prodidy però ha scritto su Instagram: «Non posso credere che nostro fratello Keith si sia ucciso. Sono fottutamente arrabbiato, confuso, ho il cuore a pezzi». Si tratterebbe, dunque, di suicidio. Sarà un medico legale a stabilirlo.

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Il gruppo lo ha definito sui social: «Un vero pioniere, innovatore e leggenda. Ci mancherà per sempre». E’ strano immaginarlo senza vita, Keith. Un vulcano di energia sin dall’esordio, in quegli anni ’90 guidati dal grunge, in cui i Prodigy trovarono modo di affermarsi grazie a una miscela di elettronica e rock, via via inglobando anche il dubstep.
 


«La morte non viene considerata sospetta e verrà preparato un dossier per il medico legale», hanno detto i poliziotti citati dalla Bbc. Flint era da poco tornato nel Regno Unito da un tour in Australia, e doveva iniziarne un altro negli Stati Uniti a maggio.

Dopo Experience del 1992, nel 1994 spiazzarono con ‘Voodoo People’ e ‘Poison’ da “Music for the Jilted Generation”, ma fu nel 1997 con “The Fat Of The Land” che ottennero il maggior successo di vendite. Fu il primo gruppo di elettronica a piazzare un numero uno nelle classifiche americane (e internazionali) con gli inni del big beat “Firestarter,” “Breathe” e “Smack My Bitch Up” che combinavano hip hop (vedi il campionamento del rapper Kool Keith) e attitudine punk alla John Lydon. 

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Flint divenne l’incubo di ogni genitore: capelli dritti e colorati, separati al centro formando due corna mefistofeliche, eyeliner spinto, linguaccia di fuori, piercing e tatuaggi (uno sullo stomaco con la scritta “Inflicted”). Ballava in modo convulso, tarantolato, inquietante quanto magnetico nel video “Firestarter”. Eletto l’uomo più spaventoso della musica insieme a Marilyn Manson, era incredibilmente gentile di persona e nelle interviste. Agli inizi beveva come una spugna e abusava di droghe, soprattutto sintetiche. D’altronde, l‘intera scena rave era costruita sull’ecstasy. La coca era stata un’altra compagna maledetta. La depressione pure e nel 2015, alla stampa inglese, aveva candidamente confessato: «Quando non ce la farò più, mi ammazzerò. Giuro, è una cosa positiva. Voglio guardarmi indietro e sapere di aver vissuto quella che considero una vita gratificante». Ma poi diceva di essersi ripulito, era tornato in carreggiata, sui palchi e non solo. Campione di motocicletta (e amico di Loris Capirossi, che lo ha salutato postando una foto insieme), Flint amava stare con i suoi sei cani, cavalcare il suo cavallo Captain Black nella campagna inglese, era proprietario di un pub a Pleshey e ci teneva a dire: «Non sono il ragazzo che ama stare seduto ad ascoltare Joni Mitchell, preferirei sbattere la testa contro un muro». 
 

 
 
Nato il 17 settembre 1969, aveva frequentato la Boswells School of Performing Arts. Giovanissimo e già irrequieto, fu buttato fuori di casa dal padre e andò a vivere in Israele, poi tornò in Inghilterra, abitava in uno spazio industriale con amici. All’epoca aveva ancora i capelli lunghi e indossava un cappotto afgano che gli garantì il soprannome di Sheepdog, cane da pastore. A fine anni ’80 si era immerso nella scena rave inglese, ballava ogni sera la breakdance al ‘The Barn’ di Braintree. Fu lì che incontrò il dj Liam Howlett. Da ballerino passò presto a vocalist. Il resto è una storia di breakbeat e sintetizzatori distorti al servizio del songwriting e di performance adrenaliniche. A maggio i Prodigy erano attesi in tour negli Stati Uniti. L’ultimo disco, il settimo, era uscito a novembre, seguito da concerti in Italia. Si intitolava “No Tourists” e conteneva il brano “We Live Forever” con i versi: «Il momento è giunto. Vivremo per sempre». Suona come un testamento, ma il frontman aveva una buona dose di provocatoria ironia e così vogliamo ricordarlo. Nell’intervista della rivista NME sulla sua lunga carriera, rispose: «A questo punto ti senti come l’ultimo sopravvissuto. Difficile non suonare come un vecchio stronzo, ma in passato si imparava dagli antenati, giusto? Ho ancora cose da trasmettere. Cosa? L’herpes, ad esempio»​.
 

Ultimo aggiornamento: 18:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA