Lady Gaga balla da sola

Sabato 30 Maggio 2020 di Federico Vacalebre
Lady Gaga 2020

Come tutti noi in tempi di Covid-19, Lady Gaga balla da sola. «Chromatica» è un (necessario) ritorno alla dance, dopo il mezzo passo falso di «Artpop», il «Cheek to cheek» con Tony Bennett, l’exploit cantautorale di «Joanne» e le smancerie romantiche di «A star is born». Un’immagine da futuro antico in copertina, con artiglioni da Edward Mani di Forbice, e un nuovo album per dimostrare di essere ancora la regina del mainstream, ammesso che possa (r)esistere una regina di 34 anni in questi tempi di rottamazione continua. (R)esiste, di sicuro, il fantasma di Madonna, costretta a rimostrare i capezzoli in fotografia per acchiappare qualche like e qualche hater, ma spada di Damocle sulla testa di Stefani Joanne Angelina Germanotta, costretta a un eterno paragone tra dive italoamericane.
In un inatteso revival house spunta così il groove dell’estate in cui non sappiamo se, dove e come balleremo. Lei, Gaga, si prenota come ipotetica colonna sonora, ma non è scontato che il suo popolo freak sia stato ad aspettarla. «Sono una donna libera. Questo è il dancefloor per cui mi sono battuta», proclama in «Free woman», evocando i Beastie Boys che sfondavano con l’inno «(You gotta) Fight for your right (to party)»: era il 1986, altro che distanza di sicurezza tra i corpi in pedana.
Dalla Corea arrivano le Blackpink («Sour candy»), Elton John si perde tra l’edm di «Sine from above» cantando «quando ero giovane mi sentivo immortale», Ariana Grande è inutile in «Rain on me», «Babylon» ricorda «Vogue» (riecco la Ciccone). 
A impaginare «Chromatica» con pretenzioso artificio ci sono tre intermezzi orchestrali, basta superarli e il sound è dettato da produttori in pieno hype come BloodPop, Max Martin, Axwell e Skrillex. Il ritmo è sempre sostenuto, mai troppo certo, ma non c’è spazio per ballate, per lenti-recupera fiato. I testi, come sempre, sono giochi di parole: «Non mi chiamo Alice, ma continuerò a cercare il paese delle meraviglie», canta in un brano che non a caso sarebbe piaciuto a Michael Jackson, mentre «911» ha un beat da revival anni Ottanta (i Depeche Mode di «I just can’t get enough», ma guarda anche ai Daft Punk), come anche «Replay». 
Sedici brani, anticipati in febbraio da un tormentone come «Stupid love» con il video in cui appariva come eroina extraterreste in rosa, roba da «the kindness punk», la tribù del «punk della gentilezza», ossimoro che solo lei poteva azzardare. Canzoncine semplici ma scritte e prodotte da una decina di mani l’una almeno, e vestite spietatamente di ritmo, sperando basti per muovere l’armata di TikTok. La fenomenologia della Mother of Monsters sarà pronta a spiegare il senso del titolo, del pianeta che dovrebbe fare da cornice a questa avventura, della numerologia che c’è dietro, di qualche parentesi più attenta al sociale («Non sono un giocattolo per un ragazzo vero», «Plastic doll»). Ma non c’è niente da capire, se non che Gaga non vuole davvero ballare da sola. E vi aspetta al centro della pista, anzi ai bordi, che fa più freak e lascia possibilità di fuga.
La voce scandisce perfettamente i versi, chiedendo ai produttori di lasciare lo spazio tra i beat perché non si perda la forma canzone, anzi, quasi in un ibrido tra glamour pop ancient regime e isteria danzereccia dei giorni nostri. Tiziano Ferro l’ha intervistata prima del lockdown per Rtl e «Vanity Fair», Ariana Grande twitta dichiarazioni d’amore e rispetto, lei ha smesso di fumare e nei giorni della pandemia si è sbattuta in rete e tra i potenti del mondo per far sentire meno soli i suoi Piccoli Mostri, i suoi fans. Si è (ri)messa in ballo, insomma.

Ultimo aggiornamento: 20:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA