Buon compleanno Madonna: i sessant'anni della prima influencer

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di Federico Vacalebre

Nonna di tutte le influencer possibili, anzi prima vera influencer, Louise Veronica Ciccone compie domani 60 anni - si parla di una festa a Roma o a Marrakech - celebrata come un'icona pop, ma, in fondo, rimossa come glamour novecentesco, come modernariato vintage, come cattiva maestra di una generazione di stelle e stelline più o meno brillanti.

Autoproclamandosi «material girl» e mischiando sacro & profano, moda & showbusiness, sesso & arte della comunicazione, ambizione & ambizione, Madonna si è traghettata da regina del pop per trent'anni, dall'esordio nel 1982 ai primi anni del Duemila, quando ha iniziato a pagare pegno al dover essere per forza trasgressiva, o, comunque, dettare l'onda, la moda, la tendenza negli anni delle «liquid girls», le star della rete, le dive immateriali. I suoi 11 milioni e mezzo di «followers» scompaiono di fronte ai quasi 14 di una Chiara Ferragni qualsiasi, in fondo sua allieva nell'arte di apparire, molto più importante di quella di essere. Madre della reinvenzione e magnifica sessantenne, Maddy fatica a restare al centro del palcoscenico mediatico, lei che l'ha mostrata al mondo - si proprio quella «cosa» là - non certo per dire «pausinianamente» «la tengo come todas», ma per brandirla come tessera centrale del puzzle della sua sfacciata ascesa al successo e si ritrova ora a mostrare le terga per dire «vedete come reggo bene agli anni che passano?».

Camaleontica nel look ha tentato di esserlo altrettanto nel sound, ma il secolo passato non l'ha insignita anche del titolo di David Bowie in gonnella, o senza gonnella, se preferite, pur essendo più che carico di onori per lei, donna che ha venduto di più nella storia dell'industria discografica (350 milioni di dischi, si dice, quattro volte Aretha Franklin, per essere chiari), al quarto posto nella classifica totale (dietro Beatles, Presley e Michael Jackson), sette Grammy Awards vinti, ma anche due Golden Globe, di cui uno per la prova di attrice in «Evita».

Ecco, in fondo, Madonna è stata un'antesignana come la signora Peron, come lei ha saputo imporsi al centro dell'arena superando gli uomini a cui si era appoggiata. «Ha fatto carriera aggrappata alle bretelle del suo reggiseno», scrivono le biografie gossippare dei suoi esordi, dimenticando quanto ben più importante degli amanti importanti e delle foto da modella desnuda per «Playboy» e «Penthouse» sia stato il suo mitologico reggiseno spaziale a cono disegnato da Jean Paul Gaultier, destinato ad essere tra le immagini chiave del Novecento: erede light del femminismo, la popstar ha reclamato per le sue fans il diritto a una confusa libertà, sessuale ma non solo, sino a minacciare i maschietti a cui si offriva come merce in metrina con un corsetto da guerriera, da amazzone pop. Una, nessuna e centomila nell'immagine, è sempre stata fedele alla leggerezza di fondo del suo suono: cantante di relative (è un eufemismo) qualità, ha trionfato con ballate e suoni dance, pop e techno, allargando i confini del mainstream di disco in disco, ma sempre restando in quell'agone, in quel confine, timorosa di sperimentare qualcosa di veramente osè (di Bowie ce n'è stato uno solo, ribadiamo).
 

Orfana di madre, ha provato a riempire quel vuoto cercando modelli in altre regine, Marilyn Monroe e Marlene Dietrich, ad esempio, ma anche nella più «terrestre» Debbie Harry, quasi a teorizzare una supremazia bionda, come poi celebrato al tempo del «Blonde ambition tour» e, ancor prima, nel mitologico videoclip di «Material girl» ispirato, appunto, a «Gli uomini preferiscono le bionde».

Con Michael Jackson ha chiuso il secolo scorso mostrando l'agonia del rock e l'ottimo stato di salute del pop, poi consegnato a più giovani colleghi rapper e più giovani colleghe smutandate: persino più della sua autoproclamata erede Lady GaGa, Rihanna e Beyoncè le devono moltissimo, nell'atteggiamento si intende, non vocalmente o per sonorità, hanno aggiunto l'identità razziale alle loro rivendicazioni, hanno continuato sulla strada aperta dall'ironia di «Like a virgin», dalla sfacciataggine di «Erotica», dall'orgoglio sessuale di «Bedtime stories». 

«A letto con Madonna», allora:  come la più improbabile delle vergini, lei si è mostrata e raccontata in ogni posizione, pur di non perdere la numero 1 in classifica e la sfida della sua nonnità starà ora tutto nella capacità di raggiungerla ancora una volta quella cima o di godersi finalmente un progetto artistico senza pensare al ritorno commerciale, al primato da confermare. Da «material granny» orgogliosa delle sue radici abruzzesi (avreste mai sentito parlare di Pacentro senza di lei?) oggi fa notizia non tanto per il completino fetish in latex indossato con calcolatissima nonchalance, ma perché il figlioletto adottivo sogna di diventare come Cr7: non si può chiedere a un «rebel heart» di dare scandalo per sempre e forse è venuto il tempo di considerarla tra gli «highlanders» del tempo che fu: i Mick Jagger e gli Harrison Ford che non competono con i ragazzini della trap e di Netflix, semplicemente perché loro «questo gioco» lo hanno inventato, perché senza di loro non esisterebbe nemmeno il campionato. Perchè la regina del pop, insomma, rimane lei, sia pur in età da pensione.

Insomma, dite a Chiara Ferragni che Madonna è qui per restare (nella storia del costume e dello showbiz), mentre lei deve ancora dimostrare di saper fare qualcosa, anzi «quella cosa» che conta davvero: resistere all'avanzare del tempo e delle influencer prossime venture. 
Mercoledì 15 Agosto 2018, 17:25 - Ultimo aggiornamento: 16 Agosto, 10:23
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