Manuel Agnelli: «Ricomincio da me, con cover Afterhours e letture d'autore»

di Federico Vacalebre

Uscito dalla macchina tritatutto di «X Factor», Manuel Agnelli prova a chiarire, forse anche a se stesso, chi è stato e chi è, ovvero innanzitutto un rocker, prima di immaginare i futuri percorsi professionali da intraprendere. Così, mentre con «Ossigeno» ha rammentato, ancora una volta anche a se stesso, che un'altra televisione è possibile, ora gira l'Italia con «An evening with Manuel Agnelli», tour che stasera lo vedrà sul palcoscenico del teatro Bellini in compagnia del solo Rodrigo D'Erasmo, violinista e polistrumentista al suo fianco non solo negli Afterhours.

Un tour minimale, Manuel?
«Minimalista, ma non acustico, sul palco abbiamo quasi un intero negozio di strumenti musicali, che ci dividiamo con Rodrigo da buoni amici».

La scaletta?
«È costruita intorno a delle cover, non però rispettose, anzi fotocopiate, come si usa oggi, ma fatte rileggendo davvero alla nostra maniera canzoni che per noi sono state importanti. Cover come racconto di formazione musicale, e non solo, ma anche pezzi della mia storia e della nostra band, magari riprendendo canzoni degli Afterhours quasi mai fatte dal vivo, come Adesso è facile che scrissi per Mina. Ci sono cover logiche, che ti puoi aspettare da me, come Shadowplay dei Joy Division, come certe cose di Nick Drake, di Lou Reed, di Springsteen, di Kurt Cobain. Ed altre forse più sorprendenti».

Come «Videogame» di Lana Del Rey. Ma lo spettacolo non è di sola musica.
«No, il tutto è collegato da uno storytelling semiserio, cerco persino di far ridere, cosa che so fare, anche se la mia immagine pubblica non lo dice di certo».

Il personaggio pubblico Manuel Agnelli ti pesa?
«Public Image ltf era il nome del gruppo post-Sex Pistols di Johnny Rotten/Lydon. La generazione punk aveva ben chiaro il discorso sull'immagine pubblica, oggi si tende a confondere l'artista e l'uomo, lo show e il privato. Anche io mi sono accorto, a tratti, di correre il rischio di diventare la parodia di me stesso, e ho sempre risposto nell'unico modo che conosco davvero, con la musica. Però il problema esiste e io provo a confondere ancora di più le acque, ma alla mia maniera, leggendo dal palco dei brani letterari, o altro, legati alla città in cui suono».

E per Napoli che cosa hai scelto?
«Non lo so ancora, decido sul momento, molto ispirato dal feedback che mi arriva dalla platea. In questo caso gioco in casa, e non solo per le origini partenopee della mia compagna, e quindi di mia figlia, ma perché conosco bene la musica e i musicisti di una metropoli dalla straordinaria valenza culturale ed artistica».

Ma come vive il suo tempo Manuel Agnelli? Ti piacciono questi anni al silicio?
«Mi sembrano rivoluzionari, stiamo nel bel mezzo di una rivoluzione come negli anni Sessanta».

Formidabili quegli anni Sessanta, e la loro colonna sonora. Un po' meno quella dei trapper odierni, o no?
«Musicalmente non c'è dubbio, anche se i trapper - e non dico che mi piacciono - di oggi assomigliano ai punk, per il portato della loro rottura con la scena dominante. Gli anni 60, poi, non furono solo hippy e flower power, ci furono lotte e contrasti, con la nuova generazione in guerra per sostituire la vecchia, mentre nascevano le radici degli anni di piombo. Oggi il tema del rinnovamento, della lotta giovani/vecchi, è al centro di tutto, trap compresa, Greta compresa».
Martedì 23 Aprile 2019, 09:50 - Ultimo aggiornamento: 23-04-2019 10:00
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