Ranieri, cantaNapoli jazz. E da night

di Federico Vacalebre

Nel 2001 con «Oggi e dimane» Massimo Ranieri scartavetrò i classici napoletani da retorica, oleografia e nostalgia canaglia per azzardarne una rilettura in sintonia con le tendenze world music. Un capolavoro da caposcuola, ribadito poi da «Nun è acqua» (2003) e «Accussì grande», altri titoli di una trilogia in sala etnica con la guida accorta e preziosa di Mauro Pagani, puntuale anche nel blitz nella contemporaneità di «Senza ragione» (2013), che a «’O sole mio» aggiungeva i 99 Posse e i neomelodici, Pino Daniele e Nino D’Angelo. Come spesso succede, la riforma ranieriana è degenerata in un canone: in giro non è più possibile ascoltare «Silenzio cantatore» o «Napulitanata» senza un oud o un bouzouki al posto dei mandolini.

Prigioniera di quanto creato, anzi non disponibile a diventare prigioniera di se stessa, la premiata coppia Massimo & Mauro ha cercato nel canzoniere partenopeo un suono diverso: «Malìa», il nuovo disco in uscita oggi, punta sul decennio tra il 1950 e il 1960 e arruola la crema dei jazzisti italiani per rileggere in punta di piedi il canzoniere degli anni dei night, degli americani di Napoli.

Registrato (e presentato) in quelle Officine Meccaniche che un tempo furono una balera ed ora sono l’accogliente sala di registrazione dell’ex Pfm, l’album è una chicca sussurrata, «un lavoro di sottrazione, una cosa alla Totò e Peppino se mai ci fosse consentito di paragonarci a simili divinità», spiega l’uomo di «Perdere l’amore», «dove tutti sono protagonisti, ma anche spalle». La tromba di Enrico Rava (che in «Uè uè che femmena» aggiunge echi di Miles Davis), il pianoforte di Rita Marcotulli così centrale nella riscrittura/improvvisazione armonica, il sassofono di un vecchio amico come Stefano Di Battista, la sezione ritmica leggera e perfetta di Stefano Bagnoli e Riccardo Fioravanti, suggeriscono al cantante «un’esperienza inedita: non dovevo spingere, avevo paura di esagerare, temevo i cazziatoni di Mauro dall’altra parte del vetro. E non sapevo mai quando dovevo entrare, quando dovevo attaccare».

Ripreso in presa diretta o quasi, in sei giorni e mezzo, «Malìa» è una melodica madeleine proustiana alla ricerca del tempo perduto per ricordare «quando tutto il mondo ricordava ancora la centralità di Napoli nel mondo della canzone», sottolinea l’ex compagno di viaggio di De André. La scelta dei brani, accanto alla veracità della suprema coppia Nisa/Carosone («Tu vuo’ fa’ l’americano» e «’O sarracino»), accanto alla «Malatia» di Armando Romeo lanciata da Mina/Baby Gate e poi portata al successo da Peppino Di Capri, accanto al «ballabile slow» «Anema e core», sottolinea il lavoro autorale di alcuni eccellenti napoletani adottivi: i molisani Ugo Calise e Fred Bongusto, il riminese Carlo Alberto Rossi, il pugliese Domenico Modugno, il torinese Renato Rascel, il lùmbard Pino Calvi. La «Malia» di «’Na voce’, ’na chitarra e ’o ppoco ’e luna», «Doce doce», «Nun è peccato», «Resta cu ’mme», la deliziosa riscoperta di «Te voglio bene tanto tanto», «Resta cu’mme» e «Accarezzame» sono perle «delicate alla nascita e rese con altrettanta cura per la loro fragilità», confessa Ranieri, ricordando l’ormai lontano esordio nel night per militari americani alle spalle di piazza del Municipio: «Non avevo nemmeno 13 anni e mi portarono lì, tra marines, militar police e entreneuse. Attaccai un pezzo da ”West side story” con un inglese così maccheronico da fare almeno simpatia».

Gli anni dei night, di Capri, di Ischia, dello chansonnier-faro di riferimento Murolo, «ma anche dei musicisti che dovevano fare turni di sei ore con appena qualche minuto di stacco per pipì, sigaretta e whisky» ricorda Pagani, emergono nel disco come una lezione, non come un amarcord. «L’abbiamo fatto tutti e due quel mestiere, magari negli anni meno glamour delle balere, sappiamo che cosa significava quando suonavamo una ”Only you” lunghissima: il batterista si era preso la sua pausa e noi, per prendere il suo posto, sceglievamo il pezzo più alla nostra portata». «A Napoli, nel dopoguerra gli americani ci stavano dal ’44, nei club si contaminavano culture, lingue e razze. Dalla portaerei ferma nel golfo scendevano dischi che hanno cambiato il suono della canzone italiana, nei locali si incendiavano jam session inedite: non è un caso che in quegli anni, nella mia città, sia nata la miglior scuola di batteristi d’Italia», continua l’ex scugnizzo del Pallonetto.

«Malìa» era nato per essere parte di «Piccola enciclopedia della canzone napoletana, cofanetto in uscita il 13 novembre, «ma ci siamo accorti che aveva un mood e un tiro diverso e gli abbiamo dato vita autonoma». Nel box ci saranno i quattro dischi incisi dalla coppia dal 2001 ad oggi, più altri due di inediti e/o registrazioni dal vivo. Il quintetto jazz all star si farà vedere su Raiuno in «Sogno e son desto 3», atteso all’avvio nel prossimo gennaio, «ma mi piacerebbe portarlo con me anche almeno nelle prime del tour omonimo, a Napoli, a Roma... E, magari, farmi accompagnare da loro in terre a me sconosciute, e finora proibite, come quelle di Umbria jazz». Così parlò Ranieri, debuttante a 64 anni, nei panni di chansonnier postcarosoniano, postmuroliano e postcalisiano, e non di simil-crooner o di Sinatra de noantri. A volte anche saper usare le parole è importante per centrare le giuste «Malìe».

Sabato 10 Ottobre 2015, 13:09 - Ultimo aggiornamento: 10-10-2015 13:10
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