Sanremo 2020, Mina direttore artistico? «Se la Rai chiama...»

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di Simona Orlando

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E se domani, all'improvviso, il direttore artistico del Festival di Sanremo fosse Mina? Mettiamo il caso che, tramontati la tripletta di Baglioni e il ritorno di Carlo Conti, si confermasse la conduzione di Amadeus, o a sorpresa di Beppe Fiorello, resterebbe da individuare la figura che elabora il progetto di spettacolo e cura il cast. Chi meglio della più bella voce della canzone italiana, legata alle trasmissioni Rai più gloriose e con doti da talent scout indiscutibili?

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Di fronte a una sua apertura, l'ad Fabrizio Salini e la direttrice di Rai1 Teresa De Santis come potrebbero non cogliere la straordinaria opportunità di festeggiare i 70 anni del Festival con un coinvolgimento che farebbe storia? A 79 anni appena compiuti Mina è il nome che ricorre di più anche fra gli artisti più giovani. La vorrebbero nei duetti, interprete dei loro brani, e dietro la macchina dell'Ariston, un compito che le calzerebbe alla perfezione, garantendole peraltro di esserci senza comparire. Ora è in studio con suo figlio Massimiliano Pani, 55 anni, produttore, arrangiatore e fidatissimo filtro con l'esterno: «Lavoriamo a un bel progetto per lautunno», anticipa. Con lui proviamo a capire quale fascino eserciti sua madre sulle nuove generazioni e perché la ritengano adatta per la settantesima edizione del festival.

Mina alla direzione artistica sanremese è realtà o fantascienza?
«Se la Rai le chiedesse di scegliere i brani in gara, e le permettesse di mantenere la sua visione artistica, credo proprio che accetterebbe».

Perché sua madre lasciò la tv?
«Lo fece quando si rese conto che andava in una direzione a lei poco gradita. La musica in tv è usata come pretesto, invece per lei è anima, sangue e cuore».

Mina guarda Sanremo?
«Da sempre, con attenzione. Da lì ha preso tanti brani, penso alla sua interpretazione di La voce del silenzio del 1968 o a Oggi sono io del 1999. Ha grande cultura musicale. Ogni tanto mi dice: mi compri un disco di questo tizio? Poco dopo si rivela un successo internazionale. È una fuoriclasse nell'intuire il potenziale prima degli altri».

Quanti dischi ascolta?
«Ne riceviamo circa tremila l'anno e non ne tralascia uno, che sia di autore celebre o sconosciuto. Non accetta le operazioni puramente commerciali. Premia la creatività e la creatività premia lei. L'anno scorso, a 60 anni dall'esordio, aveva due dischi in classifica, Maeba e Paradiso».

Ai giovani piace Mina titolava la stampa nel 1959. È ancora così, anche per la scena indie che ha fatto capolino al festival di Baglioni. Come se lo spiega?
«È stata la prima a sottrarsi ai canali tradizionali e questi ragazzi fanno lo stesso nella loro epoca: i talent non mi danno la giusta credibilità? Me la costruisco con i live o su internet, prima di entrare nei meccanismi industriali. La stimano perché è coraggiosa, sempre avanti. La carriera di un'artista non la fa la voce, la fa l'intelligenza».

Ha da poco detto no a brani di Calcutta e Takagi e Ketra. Chi altro?
«Dovrei fare un libro su quello che non ha voluto fare. Di tutto di più. È difficile far capire i suoi no soprattutto agli stranieri. Mandano una proposta, lei rifiuta e loro triplicano la cifra economica, pensando che tutto abbia un prezzo. Per Mina, senza snobismo, la libertà è una prerogativa. Dice no a proposte hollywoodiane e sì al rapper Mondo Marcio o agli Afterhours, quando molti non li conoscevano».

Sposò subito il digitale. I giovani la sentono vicina anche per questo?
«Nel 2001 lanciammo sul portale di un'azienda di telefonia il documentario Mina in studio e il server andò in tilt con milioni di richieste. Vinsi la scommessa con i tecnici: avemmo più utenti della Nasa quando postò le foto di Marte. La sua testa è un universo affascinante. Mina sa distruggere e rinascere».

A cosa si riferisce?

«Era stupenda eppure giocò con la sua immagine: una scimmia in copertina, Mina con la barba o aliena. Lady Gaga è impazzita quando ha visto le copertine dei suoi dischi».

Nel 2018 andò a Sanremo da ologramma. Mai pensato a un tour in quel formato?
«Già visto e ora si usa per gli artisti morti mentre lei è più viva e creativa che mai. Con qualche novità tecnologica, tornerebbe. Penso a certe animazioni della Pixar, alla resa grafica di Paddington o Dumbo, una meraviglia. Se si riuscisse a creare qualcosa con quel calore e quella fisicità, perché non farlo?»
 
Lunedì 15 Aprile 2019, 08:20 - Ultimo aggiornamento: 15-04-2019 10:00
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