Mina e Napoli, storia d'amore e melodia: il racconto di Massimiliano Pani

La copertina di  "Mina canta Napoli"
di Federico Vacalebre

Era il 29 e 30 settembre 1960 quando quattro musicisti (Eduardo Alfieri, Ettore Lombardi, Rodolfo Mattozzi e Francesco Pagano) e quattro parolieri (Umberto Boselli, Franco Maresca, Salvatore Palomba ed Eduardo Taranto) tentarono l’assalto al cielo della canzone napoletana, prigioniera di un festivl retrivo per contenuti e meccanismi, pastette e combne, voci e arrangiamenti.



Volevano rinnovare il già piccolo mondo antico di CantaNapoli, rilanciandolo in versione nouvelle vague con una due giorni. Niente gara, un pugno di canzoni nuove affidate a voci nuove: Fausto Cigliano, Peppino Di Capri e... Mina.



Una scelta non casuale: la coscialunga di Busto Arsizio aveva scelto «Malatia» di Armando Romeo come lato A del suo 45 giri di debutto (1958) e si era ripetuta l’anno successivo con «Te vulevo scurdà/Lassame sta». Al teatro Mediterraneo Anna Maria Mazzini lanciò «’O ffuoco», «Celeste» e «Nuie», ma non bastò a imporre la svolta, la nouvelle vague fu travolta dal forfait degli editori, dalla rivalità con il Festival ufficiale, dalla claque contraria, ma anche dalla relativa consistenza delle proposte messe in campo.



É da questi primi vagiti-segnali di passione per la melodia partenopea - ribaditi presto dalle incisioni di «’Na sera ’e maggio» e «Sciummo» e poi, nel ’66, dalla raccolta su lp «Mina canta Napoli» - che partirà l’intervento di Massimiliano Pani che, alle 17, aprirà al teatro Trianon di Napoli «Campania stage», tre giorni di dibattiti, incontri e showcase che prova a fare il punto sulla «risorsa musica».

«Chi ama la melodia e la poesia per voce cantata non può non amare la canzone napoletana, che, unico esempio in Europa con il flamenco, fonde musica popolare e colta, dà voce a un popolo ma conquista il mondo», spiega Pani, arrangiatore e produttore di riferimento della madre, pronto a ricostruire «la lunga storia d’amore» tra la Voce d’Italia e la canzone napoletana.



In quel 1960, ricorda, «io non ero nemmeno nato, sono del ’63, quindi non ho amarcord o episodi da snocciolare, ma sono testimone di una passione che Mina ha coltivato dagli esordi ad oggi. Quando, nel 1996, incidemmo un album raffinato e coraggioso come ”Napoli”, una delle più belle soddisfazioni fu proprio la recensione su ”Il Mattino”, insieme con le lettere di tanti campani che scrivevano a mia madre per dirle che era l’unica non napoletana che poteva cantare cose come ”Core ’ngrato”, ”Maruzzella” e ”Quanno chiove”. Già, perché mamma ha cantato i classici come gli autori moderni, Di Giacomo come Pino Daniele, oltre a lavorare con autori partenopei doc come gli Audio 2 e Maurizio Morante».



Massimiliano non c’era ancora quando - siamo sempre in quel fatidico ’60 - la futura Signora della canzone girò «Appuntamento a Ischia», musicarello di Mario Mattioli in cui intonava «Il cielo in una stanza» e «Una zebra a pois» e Pippo Franco aveva la parte del suo chitarrista, mentre Domenico Modugno era il protagonista del film che segnava il debutto di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Sull’isola il ricordo di quei giorni di set si è fatto leggenda.



E Pani non c’era nemmeno, siamo sempre nello stesso anno, al tempo della «Due giorni» della nouvelle vague, quando Peppino Di Capri fece una sorpresa a Mina, offrendole due rose rosse, due confetti e una torta con due candeline per festeggiare i suoi due primi anni nel mondo della canzone, «due anni intensissimi.



Un periodo così breve e nello stesso tempo così pieno. Un periodo nel quale, come un lampo, la diciottenne Mazzini è diventata l’astro Mina», scrisse Franco Moccagatta.

Un astro napoletano adottivo: Pani era ancora noto come Paciughino nel 1968 quando la madre stregò l’Italia come ospite canoro della prima delle otto edizioni di «Senza rete» nell’auditorium partenopeo della Rai.



Il titolo faceva riferimento all’eccezionalità dell’esibizione live, «senza rete», appunto.

Massimiliano non sa qual è la canzone napoletana preferita da Mina - la sua è «Reginella», «così semplice, così magica, così scabrosamente vera» - ma sa che la «lunga storia d’amore» tra sua madre e Partenope non è finita. «Con ”Napoli” e ”Napoli secondo estratto” - che aveva in copertina Totò, Titina De Filippo e Tina Pica in un palco del San Carlo - ha fatto un doppio omaggio al repertorio classico. Chissà che non decida di completare la trilogia con un album di canzoni partenopee moderne».
Martedì 28 Gennaio 2014, 15:57 - Ultimo aggiornamento: 28-01-2014 16:27
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