Neffa, «AmarAmmore» è il suo primo album in napoletano: «Un omaggio ai miei genitori»

Venerdì 2 Aprile 2021 di Federico Vacalebre
Neffa, «AmarAmmore» è il suo primo album in napoletano: «Un omaggio ai miei genitori»

«Napoletani si nasce ed io, modestamente... lo nacqui», sembra dire parafrasando il Totò che si sentiva nobile Giovanni Pellino da Scafati, 53 anni, in arte Neffa, con «AmarAmmore», il suo nono album, il primo nella lingua natia: mamma scafatese, papà partenopeo, lui l'accento non l'ha mai perso, pur essendo cresciuto tra Roma e Bologna. Un disco sorprendente, emozionante, antico (perché muroliano nel canto), moderno (perché urban nella scansione, nel ricorso all'autotune per una volta davvero come strumento, per il pianoforte adagiato su basi elettroniche), a suo modo inevitabile. Era il 2004 quando, dopo il suo primo Sanremo, con «Le ore piccole», mi confessò il desiderio di «realizzare un disco di canzoni napoletane». Detto e ora fatto, sulla Numero Uno, che fu l'etichetta di Lucio Battisti (ed oggi è di Colapesce-Dimartino e La Rappresentante di Lista), che scriveva in un grammelot partenopeo prima di affidare i suoi provini a Mogol.

Una musicassetta, eredità paterna, di Murolo è stata la madeleine proustiana che, in qualche modo, ha dato il la all'operazione, venata di melanconia, nel tono, nel vocabolario, negli argomenti di «Fujevo», «Piccere'», «Affianc' a te», «T'aggia vere'», «Si me salve», «Catene», «Saccio ca putesse», «Speranza», «N'abbraccio». I suoni sono minimalisti, la voce sa di tufo, di mare, di miele, di male, di male di miele per dirla con gli Afterhours.
«Il cerchio è completo, ora ho già ricominciato a scrivere in italiano», dice lui, che ha lasciato fuori dal disco parecchi pezzi nati da questo brainstorming verace, compresa «Ricci» («carosoniana al cento per cento») e «Pioggia», «che prima o poi mi piacerebbe spuntassero fuori in qualche modo».

In copertina un quadro di suo padre, in testa ancora quel primo giorno di terza elementare, ormai ambientato, o quasi, a Roma, «quando mi sentii dare del terrone e del marocchino. Quando tornavo a Scafati gli scugnizzielli mi sfottevano come quello che ormai era diventato un forastiero. Forse per questo all'epoca dei Sangue Misto scrissi un pezzo come Lo straniero, era come mi sentivo, fuori posto dovunque, mentre la Lega se la prendeva con gli stranieri, gli immigrati, quando un tempo ad emigrare eravamo noi».

La lingua lo ha fatto risentire finalmente a casa, tornando al disco dopo sei anni, ma non ai concerti: «Con il live ero in crisi già da un po', per la mia generazione non c'è molto spazio, e, poi, se ero uno ritirato prima della pandemia figurarsi adesso. Non voglio avere la paranoia di respirare, non voglio trattare in modo inumano gli altri umani: siamo fatti per abbracciarci, toccarci. Farò il pianista sull'oceano, l'artigiano di suoni, il creatore di fatti musicali».

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«E a speranza è na vecchia che ti prende e mane», canta Neffa, che ama così tanto il Bovio di «Passione» da aver scritto in passato un brano con lo stesso titolo, e ama così tanto la scuola degli americani di Napoli («il maestro Renato, il maestro Pino Daniele e tutti i loro figli e nipoti»), da aver arruolato Coez da Nocera inferiore («Aggio perzo o suonno», il primo singolo), Rocco Hunt da Salerno (la title track) e Livio Cori da Montecalvario, Napoli («Nunn'è cagnato niente»), tornando per loro e con loro anche al rap, che è nel suo sangue, oltre che nel passato con gli Isola Posse All Stars, come il punk dei Negazione: «Napoli è sempre stata per me qualcosa di incompiuto: fa parte di me, ma io non ne avevo mai fatto davvero parte, anche se a casa si parlava napoletano, si mangiava napoletano. Nella mia musica da bianco che ama la musica nera, si sono tenute tante culture diverse, proprio come è sempre accaduto a Napoli, dove suoni classici e popolari convivevano, come il canto a fronna di Sergio Bruni con il blues verace di Pino Daniele, oggi i neomelodici con i rapper e con i trapper».

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«AmarAmmore» lui l'anno scorso la voleva portare a Sanremo, ma fu scartata, «troppo napoletana, volevano la italianizzassi un bel po'». Quest'anno a Sanremo c'è tornato, «per chiudere un altro cerchio, duettare con Noemi Prima di andare via, che pure provai a iscrivere al Festival, bocciata sia nel 2001 che nel 2002, per poi diventare un successo lo stesso. Tutto potevo pensare tornando all'Ariston, tranne che avrei cantato con un secondo e mezzo di ritardo sulla musica. Un disastro, archiviato, ora canta Napoli. Anzi: ricanta Napoli».
 

Ultimo aggiornamento: 17:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA