Nek: «La mia vita a 50 anni? Da ragazzino cresciuto»

Martedì 22 Febbraio 2022 di Andrea Spinelli
Nek: «La mia vita a 50 anni? Da ragazzino cresciuto»

Sulla copertina di A mani nude, il volume in cui Nek sfoglia promesse e disillusioni della vita, assomiglia a un artiglio la cicatrice sulla mano offesa dalla sega circolare che nel novembre del 2020 ha minacciato di porre fine alla sua carriera di musicista. Ma lo scatto è in bianco e nero, come il ricordo di un tempo passato che Filippo (Neviani) ripercorre coi fans, oggi alle 18, presentando il volume alla Feltrinelli di piazza Martiri.

Nek, com'è nata questa avventura editoriale?
«L'idea m'è venuta tre mesi dopo l'incidente quando, nella rimessa in cui mi sono fatto male, ho trovato casualmente il guanto strappato e insanguinato che indossavo quel giorno. L'emozione mi ha preso lo stomaco e ho capito che, per stare meno male, avrei dovuto raccontare quella storia. Così ho iniziato a buttare giù alcuni appunti che un mio amico scrittore ha poi letto suggerendomi di elaborarli in un libro».

La prima frase che ha scritto?
«Diceva: Sento il cuore in gola, ho ritrovato il guanto e mi si è gelato il sangue. Era, infatti, la prima volta che rimettevo piede nella casa di campagna dopo il fattaccio. Ho capito subito che quell'incidente sarebbe potuto diventare un pretesto per parlare delle mie fragilità, delle mie debolezze, sulla soglia dei 50 anni compiuti il 6 gennaio».

Scrivendo di sé stesso, che cosa l'ha sorpresa?
«La pazienza. Una qualità che non pensavo di avere in abbondanza e, soprattutto, di poter militarizzare per seguire rigorosamente le indicazioni dei medici. Bisogna proprio trovarcisi in certi frangenti per scoprire aspetti del proprio carattere altrimenti insospettabili».

Una presenza costante del libro è quella di suo padre.
«Ho provato a giustificarla riflettendo sul fatto che, quando si vivono emozioni forti, crolla ogni sovrastruttura lasciando affiorare altri tipi di dolore come quelli legati agli affetti perduti. Penso che le persone a cui abbiamo voluto bene restino sempre accanto a noi, solo che, fagocitati dalla frenesia del mondo, finiamo con l'accorgercene poco».

Com'è la vita a 50 anni?
«Mi sento addosso l'entusiasmo di un ragazzino, anche se certo non alle prime armi. Alcuni conflitti della mia esistenza li ho risolti e su altri ci sto lavorando, ma occorre tempo».

Un esempio?
«Dare sempre un gran peso a tutto, pure alle cose irrisorie. Penso, infatti, che ogni tanto un po' di leggerezza non guasterebbe. Come scrivo nel libro, sono cresciuto in una famiglia di ansiosi e questo mi ha tolto un po' di serenità. Anche se nel mondo dello spettacolo l'ansia regna sovrana, perché tutti, o quasi, viviamo con la paura di perdere dall'oggi al domani quello che di bello abbiamo conquistato. E questo è un difetto che devo correggere. Non ho più tutta la vita davanti ed è ora che inizi a godermi fino in fondo le cose».

La prefazione l'ha chiesta a Gianni Morandi.
«Lui mi aveva chiamato mentre facevo riabilitazione per la mano, poi è toccato a me rincuorarlo durante la degenza postoperatoria dopo il suo incidente alla mano. Quando sui social ho visto una delle sue tante foto col tutore, mi è venuta l'idea di coinvolgerlo. Così gliel'ho chiesto e in due ore mi ha mandato la prefazione».

Però a Sanremo l'ha voluta Massimo Ranieri per cantare Pino Daniele. Chi ha scelto «Anna verrà»?
«Oltre 25 anni fa con Massimo ci siamo trovati ad incidere per la stessa etichetta discografica. Ne è nata un'amicizia che non s'è mai interrotta. Ha un talento gigantesco e quando mi ha spiegato che Anna verrà avrebbe dovuto cantarla lui, in quanto nell'89 il Lazzaro Felice l'aveva scritta originariamente come sigla finale del suo Fantastico, gli ho detto di sì. E, poi, non avevo mai cantato un pezzo di Pino: la proposta era di quelle che non si possono rifiutare».

È stato difficile entrare nello spirito di due napoletani?
«Sarebbe stato difficile se la canzone fosse stata in dialetto, ma l'italiano e la tensione soul blues mi hanno portato dalla parte giusta; Ranieri ha un modo di cantare largo e molto libero, alla Charles Aznavour, molto diverso dal mio, così ho pensato innanzitutto a stargli dietro. Mi sono messo al servizio della canzone».

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