Norah Jones, la maturità
è un suono scuro e preveggente

Mercoledì 24 Giugno 2020 di Federico Vacalebre
Norah Jones
Era il 2002 quando Norah Jones con il suo album d’esordio, «Come away with me», vinse 5 Grammy Award e vendette complessivamente 20 milioni di copie nel mondo. Diciotto anni dopo (ed altri quattro grammofonini, altri otto album, compreso uno con Billie Joe Armstrong dei Green Day, e altri 20 milioni di dischi venduti), non è più come allora al centro del cono d’attenzione mediatica: certo smooth jazz è passato di moda, anche se lei non ci si era mai aggrappata troppo ed aveva frequentato altri suoni, collaborando con Danger Mouse, Foo Fighters, Outkast, Billie Joe Armstrong appunto, i Little Willies, le Puss n Boots... E ora, la figlia del sommo sitarista Ravi Shankar torna con un lavoro profondo e profumato come «Pick me up off the floor» (Blue Note), forse il migliore sfornato finora.
Canzone e jazz restano i confini dello spettro sonoro da lei frequentato, ma la prima come il secondo sono coniugati secondo derive soul, jazz, country e gospel, con il pianoforte a fare da contraltare alla bella voce della quarantunenne signora di New York.
Il sound si conferma sofisticato ed elegante, più portato alla riflessione intimistica che allo scatenamento dei sensi, ma la confezione non oscura temi e tempi scuri, scabrosi, quasi dark. E i testi (lei scrive quasi tutto da sola) si fanno meno vaghi, cercando la felicità nella solitudine («Hurts to be alone»), la speranza in una country song («To live»), la rivolta in una ballad anni Settanta come «I’m alive», scritta con Jeff Tweedy dei Wilco. «Say no more» fa pensare a Lucinda Williams, gli arrangiamenti sono stesi con cura da una band che comprende la sezione ritmica di Chris Thomas e Brian Blade come il violino di Mazz Swift. «This life» ripete un mantra preoccupante e preveggente anche perché pre-coronavirus («Questa vita come la conosciamo/ è finita»), «Where you watching» è scritta con l’amica poetessa Emily Fiskio, mentre altrove aleggia l’ispirazione del Dr. Seuss e di Shel Silverstein, i cui libri la cantantessa leggeva ai suoi bimbi quando erano piccoli.
Materiali eterogenei, di diversa provenienza, ma che stanno bene insieme, non sembrano un insieme raccogliticcio: «In ogni sessione ho realizzato canzoni extra che non ho pubblicato», ricorda lei, «avevo i mix non definitivi sul mio telefono e li ascoltavo mentre passeggiavo con il mio cane. Le canzoni hanno continuato a girarmi in testa e mi sono resa conto che erano attraversate da un surreale filo conduttore, come un sogno febbrile che si svolgeva in qualche luogo tra Dio, il Diavolo, il cuore, il Paese, il pianeta e me... Penso che in fondo si avverta la voglia di dire “Risolleviamoci da questo casino e proviamo a capire alcune cose”. Se c’è oscurità in questo album non è pensata per raffigurare un imminente senso di sventura, ma più un desiderio umano di connessione. Alcune delle canzoni più personali si possono riferire ai problemi di tutti noi. E alcune delle canzoni più collettive potrebbero parlare delle nostre singole situazioni personali». Ultimo aggiornamento: 07:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA