Il nuovo debutto di Claudio Baglioni: «Un tour lungo cinquant'anni»

Sabato 1 Settembre 2018 di Federico Vacalebre
Prime due date - 14 e 15 settembre - all'Arena di Verona sold out, nuove date aggiunte al tour «Al centro» che si fermerà tra dicembre e febbraio per Sanremo, e poi andrà avanti sino ad aprile. Claudio Baglioni festeggia così, «Al centro» (nessuna nostalgia della Balena Bianca, il riferimento è alla posizione del palco) 50 anni di musica e 60 milioni di dischi venduti: al Palasele di Eboli è atteso il 10 e 11 novembre. E accetta di parlarne a patto di ignorare il suo secondo Festival della canzone italiana in arrivo.

Come sarà il concerto? Sarà un kolossal per durata e impatto?
«Kolossal lo sarà, ma non per colpa mia: è un appuntamento che è kolossal per sua natura. Si tratta di celebrare in un'unica notte di note 50 anni di musica: impresa oggettivamente titanica. Sto cercando di fare in modo che non sia un debordante e di riuscire a raccontare questa storia nel modo più misurato possibile».

Poi c'è il disco di inediti, con singolo che debutterà dal vivo a Verona.
«L'album è un work in progress, rappresenterà il primo passo dopo i 50 anni. Una nuova pagina di una nuova storia. Potrei dire che è il primo disco dei miei secondi 50 anni».

Mezzo secolo di carriera. Lo raccontiamo per fermoimmagine?
«Iniziamo dal 68/'69... la mia carriera musicale è un po' più lunga dei 50 anni di dischi. La prima immagine è quella di un provino, con tre canzoni di cui una verrà registrata e le altre due non saranno mai pubblicate. Ero in uno studio milanese, con tre turnisti locali piuttosto scontrosi e svogliati: scocciati, direi. Non gli andava granché di suonare per questo occhialuto ragazzino romano. Una canzone si chiamava Annabel Lee, ispirata a una famosa poesia di Edgar Allan Poe. Poi c'era Interludio, che avevo scritto sulla falsariga di Beethoven, seguendo un po' la moda dei Procol Harum, che si ispiravano a famosi temi classici; poi c'era una canzone mai incisa, della quale ero solo interprete: si chiamava Se la ragazza che avevi e l'aveva scritta un mio amico chitarrista. Tutte le immagini di quel periodo hanno a che fare con i provini: cominciano sempre con: dica il suo nome e cognome e finiscono sempre con: le faremo sapere».
 
Gli anni Settanta.
«Stavolta fermo l'immagine sulla scelta di fare canzoni parlando di cose che conoscevo e che mi interessavano: un repertorio che si staccava un po' da quello dei cantautori più impegnati, come si diceva allora. Il mio mondo di riferimento era una sorta di privato allargato. Il fermoimmagine è la mia meraviglia di fronte al fatto che continuavano a venire fuori dischi di grande successo. Non avevo mai immaginato che sarebbe successo. E, a dirla tutta, pensavo che sarebbe finito molto presto».

Gli anni 80?
«La consapevolezza di un mestiere: un lavoro vero. L'immagine? Il passaggio dai capelli lunghi ai capelli corti».

I Novanta.
«I dischi più complessi. Quasi sempre fatti in studi di registrazione all'estero. L'immagine è quella degli interminabili periodi di travaglio non solo creativo e artistico, ma anche dovuto alla distanza da casa. Ero un migrante. Di lusso, ovviamente, ma pur sempre un migrante».

Gli anni Duemila?
«Confesso che avevo accarezzato l'idea di abbandonare le scene e il confronto con il pubblico (che, anche se non sembra, è sempre stato il mio problema più grande). L'idea era quella di seguire la mia indole più timida, più riservata, più introspettiva. Avevo deciso di lasciarmi andare - come molti illustri colleghi, non solo musicisti - un po' alla sindrome Garbo: allontanarmi, nascondermi, diventare quasi invisibile... Poi, invece, ho scelto di fare tanti concerti e dischi che non fossero pensati solo come il lampo della creatività di un momento, ma come per raccogliere, ripensare e rivivere altre esperienze. Il resto sono lavori in corso».

In Campania ti fermi a Eboli e non a Napoli.
«Quello degli spazi per la musica, purtroppo, è un problema oggettivo. In passato sono stato coinvolto, insieme al mio collega architetto Edoardo Bennato, nel tentativo di ipotizzare delle risposte. Siamo stati messi insieme in un gruppo di studio, per provare a progettare delle strutture nuove nella città di Napoli: una città che è sinonimo di grande musica e che, curiosamente, non ha strutture adeguate. Un caso, purtroppo, non isolato nel nostro Paese. Il nostro è un Paese meraviglioso per quanto riguarda i teatri di tradizione a Napoli ce n'è uno dei più belli del mondo: il San Carlo - però non siamo riusciti a creare nuovi spazi - grandi teatri o arene polivalenti in grado di ospitare forme di intrattenimento diverse dall'opera o dalla musica classica. Levi è una memoria importante a prescindere da Eboli e quell'espressione ricavata da quel suo straordinario romanzo del '45, la uso sempre con grande rispetto e non amo quanti la tirano in ballo ironizzando».

Cinquant'anni di canzoni dopo. Eri accusato di essere disimpegnato, oggi i cantautori «impegnati» sono roba da Wwf. Lo avverti come una rivincita, un limite o un pericolo?
«Rivincita no. Molti dei commenti che facciamo - in qualsiasi epoca, non solo in questa purtroppo, sono superficiali. Il tempo, rivisitandoli, ti offre la possibilità non di una rivincita, ma di un approfondimento. Più ti allontani da quei giorni, meglio vedi le cose. E meglio le vedi, più le capisci. E quello che conta non è aver ragione: è capire. Oggi, l'impegno viene visto con sospetto. È sempre difficile impegnarsi, ma ora c'è in più il fatto che ogni mattina devi indossare un elmetto, perché ormai c'è una guerra preventiva su qualsiasi argomento. C'è un pregiudizio spaventoso, del quale abbiamo un'idea assai più precisa che in passato, perché, attraverso i social, sappiano subito tutto. Una volta, il pregiudizio serpeggiava: oggi, invece, ne abbiamo certezza. Non è vero che sia sparito l'impegno. C'è, per fortuna. Ma uno dei segni dei nostri tempi è la forte avversione pregiudiziale verso le élite. Buone o cattive che siano. E il pregiudizio dal momento che, per definizione, viene prima del giudizio, quando, cioè, non abbiamo ancora elementi per formarcene uno è sempre una pessima cosa». © RIPRODUZIONE RISERVATA