I Pearl Jam, «Gigaton» e l'ultima ortodossia rock

Sabato 28 Marzo 2020 di Federico Vacalebre
Pearl Jam 2020

A 30 anni dalla formazione, a 29 dal debutto epocale di «Ten», a 7 dal predecessore «Lighting bolt», «Gigaton» è l’undicesimo album dei Pearl Jam, già uscito sulle piattaforme digitali, chissà quando fisicamente nelle nostre case. Due gli avvertimenti preventivi; non interpretate i testi ululati alla luna e ai nostri cuori da Eddie Vedder come cronache al tempo del Covid 19 (anche se il cantante urla «I’m positive, positive, positive» in «Dance of the clairvoyants»); non chiedete alla band di Seattle di rinnovare il proprio sound perché, eccetto proprio il brano appena citato dallo sbilenco (è un complimento) andamento talkingheadsiano, qui siamo sul fronte dell’ortodossia rock, senza picchi, con qualche svogliatezza, ma anche tanto sudore, rabbia, memorie grunge. Agli Who guarda «Never destination»; «Quick escape» ha un incipit ledzeppeliniano (stile «Kashmir») ma poi rende omaggio a Freddie Mercury e i Queen; «Comes then goes» ruba una melodia ai Creedence Clearwater Revival per ricordare, e piangere, l’amico Chris Cornell; «Alright» promette - sapendo di mentire - che tutto andrà bene, invita a resistere, resistere, resistere, che poi è il tema del disco. Vedder cerca un posto «ancora non fottuto da Trump». Stone Gossard e Mike McCready scatenano le lchitarre, Jeff Ament trova qualche martellante riff di basso... Insomma, aurea mediocritas, che per Orazio era «la giusta via di mezzo», attenzione. Il vero problema è che i Pearl Jam fanno dischi per suonarli dal vivo: prevedevano di inaugurare il tour americano in primavera, di arrivare in Europa in estate, il 5 luglio a Imola. Difficile pensare che succeda, intanto balliamo «The dance of clairvoyants», come chiaroveggenti in trance, come reclusi pronti ad esplodere.

Ultimo aggiornamento: 17:25 © RIPRODUZIONE RISERVATA