Gli 80 anni di Peppino Di Capri: «Il mio bilancio? Champagne»

Sabato 27 Luglio 2019 di Federico Vacalebre
Ieri stava finendo di mettere la voce al tema finale di «Alessandra - Un grande amore e niente più», il nuovo film di Pasquale Falcone in cui recita anche, nel ruolo di se stesso, alle prese con la canzone del titolo, uno dei suoi hit più clamorosi. Oggi festeggerà gli ottant'anni nella sua Capri, «con tutti i figli, i nipoti e un'assenza che mi fa disperare». Il 3 agosto sarà in concerto ad Anzio, poi lo aspetta la Costa Smeralda, poi... In Francia gli ottant'anni di uno chansonnier come Peppino Di Capri avrebbero meritato gli auguri dell'Eliseo e celebrazioni fastose. In Italia... si è ricordata di lui l'altra sera «Techetè», rubrica amarcord di Raiuno, seguita tra l'altro da ottimi ascolti: «È stata una puntata davvero speciale, le immagini finali di me con Giuliana mi hanno commosso», dice Peppe con voce spezzata, evocando la moglie appena scomparsa, quella «assenza» che lo fa disperare, che gli farebbe giudicare inopportuna persino questa intervista, non fosse che «il numero è davvero tondo, meglio farli adesso i bilanci, dopo potrebbero essere impossibili».

Allora: bilancio di Giuseppe Faiella?
«Ottimo e abbondante. Rimpianti? Non si piange sul latte versato. Ho amato e sono stato amato, ho una famiglia magnifica, ho avuto amici splendidi. E sono nato sull'isola più bella del mondo».
 
Che oggi si metterà il vestito buono per te, che ne hai portato ulteriormente il nome in giro per il mondo. E che bilancio fa l'artista Peppino Di Capri?
«Ottimo e abbondante, anche se a 70 anni l'avrei fatto pensando al futuro, ora guardo solo al presente, alla possibilità di afferrare ogni cosa che viene ancora. Lo dico subito: io so cantare e suonare, non so fare altro, e vorrei farlo fino alla fine, in qualsiasi modo essa si debba presentare».

Nemmeno sul fronte professionale rimpiangi qualcosa?
«Certo: non ho mai avuto un personal manager e questo ha pesato sulla mia carriera, ma che ne parliamo a fare oggi che tutti vogliono investire solo sui ragazzini, chi mai potrebbe fare un progetto su un nonno come me?».

Un supernonno, semmai: due festival di Sanremo ed uno di Napoli vinti, 61 anni di canzoni, 35 milioni di dischi venduti, un compito da anello di congiunzione tra Renato Carosone e Pino Daniele nel pantheon degli americani di Napoli...
«Super... io? Ma no, proprio no. Se proprio devo essere definito ho un'altra parola: io sono peppiniano, le mie canzoni sono peppiniane, il mio pubblico fedele è peppiniano».

Nel senso che hai stabilito uno standard, un canone. Ma quand'è che il giovane che importava il twist e se ne andava in tour con i Beatles, l'innovatore insomma, si è trasformato nello chansonnier classico-melodico?
«Credo sia successo negli anni di Canzonissima: tutti mettevano la giacca e la cravatta e pensavano a conquistare più le mamme e le nonne delle figlie. Lo facevano Gianni Morandi, Massimo Ranieri, Mino Reitano... lo feci anche io».

Classifica delle tue canzoni?
«In testa, naturalmente, c'è Champagne. La lanciai alla Canzonissima del 1973, dissanguandomi per investire nelle cartoline-voto, come si faceva allora. Ma non bastò, non andai oltre il quinto posto, vinse la Cinquetti con Alle porte del sole, cinque o sei mesi dopo, però quel pezzo scritto pensando ad Aznavour e Modugno iniziò il suo giro del mondo, che continua ancora».

Mentre «Alle porte del sole»... Ma continuiamo con la tua hit parade personale.
«Dietro la ballata del brindisi per l'amore perduto c'è Roberta, naturalmente, Il sognatore e Un altro amore e niente più, che ora arriva anche al cinema, con una storia romantica interpretata da Sergio Muniz, Vanessa Gravina ed alcuni dei migliori maestri pizzaioli napoletani».

Tra tanto successo ci furono anche anni bui.
«A metà anni Sessanta non tiravo più come prima e avevo sperperato i tanti soldi che avevo guadagnato. Provai a importare lo ska, a rinnovare ancora il repertorio dei miei Rockers, ad approfittare della moda dei musicarelli, ma... Mi ritirai a Capri, non uscivo di casa se non per fare un tuffo a mare. Poi una sera vidi Georges Moustaki in tv cantare Lo straniero e mi chiesi che cosa stessi combinando. Scappai a Roma e feci il giro dei night in cui ero stato di casa e che non mi chiamavano più perché costavo troppo. Abbassai il cachet sotto le mie abitudini e sotto il livello dei miei colleghi e... ripartii, piano piano, forte forte».

A proposito dei colleghi: chi ti manca?
«Lucio Dalla: era un signore, oltre che un vero artista e un uomo che amava il mare. E, poi, Califano: non è un caso che Un grande amore e niente più lo abbia scritto lui: di cuori, di corpi, di donne se ne intendeva davvero lui. Gli sarebbe piaciuto essere definito con il titolo di un capolavoro di Truffaut: Franco era l'uomo che amava le donne. E sapeva come metterle in canzone». Ultimo aggiornamento: 14:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA